VIA RASELLA...E LA rappresaglia DELLE RDEATINE Una verità storica troppo spesso falsata23-24 Marzo di 73 anni fa…. (SA) - Per la rubrica “IL PERSONAGGIO” di oggi, il nostro collaboratore Mirko Crocoli,

che apprezziamo e stimiamo, offre alla meditazione dei nostri lettori la tragica vicenda del 23 marzo del 1944: via Rasella e l’eccidio delle Ardeatine.

Pur pubblicando integralmente le riflessioni del caro Mirko, per dovere di libertà di cronaca e di democrazia tout court, non vogliamo esimerci dal fare qualche breve considerazione.

La prima, ci porta a dire che le guerre, purtroppo, non hanno mai portato bene a nessuno.

La seconda, ci fa dire che dopo l’08 settembre, sempre purtroppo, la capitale era allo sbando, decapitata della famiglia reale dei Savoia e del governo, fuggiti da Roma, lasciando la capitale alla mercè di fascisti e nazisti, che operavano le loro ritorsioni per vendicarsi del cambiamento di fronte dell’Italia, che abbandonato l’accordo con la Germania, era passata alla collaborazione con gli alleati.

Delle tante tragedie e soprusi,  ne sanno certamente molto le mura del carcere di via Tasso, sede del comando di polizia nazista, dove oltre duemila persone, tra uomini e donne vennero portati, per essere torturati e seviziati, al fine di estorcere informazioni sui partigiani e su chi si era schierato contro i nazifascisti.

Altra considerazione ci porta a dire che è vero che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, nel caso specifico, però la reazione ordinata da un pazzo come Hitler, fu dieci volte superiore all’azione. Infine, oggi ci chiediamo se l'azione partigiana è stata giusta o se ha solo prodotto la reazione dei nazist, considerazione  questa, che in ogni caso ci riporta al dilemma vecchio quanto il mondo, che si chiede se è nato prima l’uovo o la gallina.

A nostro modestissimo parere, crediamo che non si poteva aspettare che gli alleati ci “regalassero” la libertà e che il popolo italiano aveva il dovere di fare la sua parte, senza fuggire come i Savoia ed altri.

Forse è il caso di ricordare che senza la lotta partigiana, non sappiamo che tipo di repubblica sarebbe venuta fuori dopo la guerra, non solo, ma certamente là, dove gli alleati marciavano con estrema lentezza, si deve alla lotta partigiana ed al sacrificio di tanti giovani  e di intere popolazioni, la liberazione di quella parte d’Italia che va da Napoli in su.

Ma le nostre, sono libere opinioni, così come lo sono quelle di chi la pensa diversamente, che noi in ogni caso rispettiamo. (Salvatore Augello)

Qui di seguito, il testo integrale della riflessione di Mirko Crocolo:

VIA RASELLA...E LA rappresaglia DELLE ARDEATINE

Una verità storica troppo spesso falsata

23-24 Marzo di 73 anni fa….

 

Non era meglio stare fermi e attendere l’arrivo degli alleati? Perché i veri responsabili non si sono fatti avanti? C’è realmente una qualche differenza tra ucciderne trenta o trucidarne trecento? Una vita è sempre una vita, che sia quella di un ventenne soldato che sta semplicemente eseguendo gli ordini o di un povero cristo che non è minimamente coinvolto nella deflagrazione dell’ordigno vicino al cassonetto. E’ brutto dirlo ma ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria…e anziché sfidare con presunzione un folle senza scrupoli che era logico reagisse come sappiamo forse sarebbe stato meglio attendere l’esito favorevole e soprattutto finale di una guerra oramai giunta al termine.

E’ bello fare gli eroi ma con un tantino di razionalità, senza esagerare ed evitare possibilmente di lanciare il sasso e tirare indietro la manina. I mulini a vento dovrebbero insegnare. La Germania era in agonia, il Terzo Reich in macerie e Roma, di li a poco, sarebbe stata liberata. Dispiace dirlo ma a distanza di 73 anni è bene valutare tutti gli aspetti storici e morali della complessa vicenda. Il 23 marzo 1944, 33 soldati dell’11° compagnia del Polizeiregiment “Bozen” reclutati in Alto Adige vengono assassinati a Via Rasella, mediante una bomba fatta esplodere durante la consueta marcia di controllo. L’attentato è di matrice partigiana, per la precisione ad opera del Gap (Gruppo di Azione Patriottica) braccio armato del partito comunista dell’epoca. Le forze dell’Asse, in quell’Italia ormai allo sbando, erano comandante da Albert Kesselrgin e la Capitale era di competenza del Gen. Kurt Malzer coadiuvato da Herbert Kappler e Erich Priebke.

Il nostro Pietro Caruso (Prefetto), affiancato dal foggiano Mauro de Mauro (noto giornalista operante in Sicilia e svanito nel nulla a Palermo il 16 settembre ‘70), è poco più che un servo nelle mani di questi gerarchi, anch’essi burattini manipolati da un malato sanguinario rinchiuso tra un bunker e l’altro.

Questo attacco innesca una feroce collera da parte di Berlino che inizialmente desidera la distruzione totale del quartiere e il pegno di 50 uomini ogni soldato tedesco caduto in quel selciato. Si cercano gli ideatori, i mandanti e gli esecutori. Si fanno appelli per scongiurare il peggio ma nessuno ha il coraggio di uscire allo scoperto. Nulla di fatto. Le acque sembrano calmarsi ma nell’arco di poche ore, Adolf Hitler, prende la decisione finale. Se non escono entro pochissimo tempo i veri colpevoli si procederà categoricamente con il rapporto di 10 a 1. Se ne devono eliminare 10 per ogni ragazzo della compagnia, ed entro 24 ore. Così è stabilito. A Kappler l’arduo compito. Si cerca ovunque, nei carceri, nei ghetti e tra la gente comune. Comincia così il triste calvario romano di quelle liste. Il giorno dopo, 335 anime, prese qua e la senza un preciso disegno, vengono trasferite d’urgenza presso le antiche cave di pozzolana in via Ardeatina. La vendetta, secondo il Fuhrer, oltre che mirata nell’intento, doveva essere di lezione e soprattutto monito a tutti gli eventuali emulatori di quel gesto.     

Il resto è tragica storia che conosciamo tutti. Non dobbiamo assolutamente giustificare quanto fatto dai Nazisti, è ovvia e scontata l’indignazione e il dolore per gli oltre trecentotrenta innocenti unitamente ai milioni di Ebrei eliminati con disumana efferatezza e spaventoso disprezzo ma tra la rabbia, le colpe e un pizzico di ipocrisia tipicamente italica, forse sarebbe stato opportuno (in relazione a questo triste evento) per lo meno evitare (nell’era post bellica) qualche discutibile onorificenza o medaglia al valore, considerata prematura, inopportuna e insapore, soprattutto perché, come le mani dei tedeschi anch’essa è, nella forma e nella sostanza, macchiata di altrettanto sangue innocente.  (Mirko Crocoli)