Se il Popolo della Libertà passa la mano a Forza Italia, non muore per niente. Tirare le cuoia per un partito è solo fare un passo indietro o di lato, nulla di più. I partiti, infatti, in Italia sono immortali, non muoiono mai. Per tante buone ragioni, la prima e più importante è che incassano soldi anche quando sono “in sonno”. Come la magnesia san Pellegrino.
Pensate, il Partito nazionale fascista, cancellato dalla Costituzione repubblicana, esiste come proprietario di immobili. E esistono schieramenti politici, la cui presenza nelle campagne elettorali si perde nella notte dei tempi, come la Margherita, Alleanza Nazionale, tanto per citare i più noti.
Non solo, la cosa incredibile è che i partiti morti e sepolti sono ricchi, quelli vivi e vegeti sono poveri. E’ il caso del Poopolo della Libertà, che ha un buco di quasi otto milioni di euro, mentre Forza Italia non se la passa male, sicché il ritorno di Forza Italia, per il cassiere, potrebbe essere un affare.
Non c’è Paese al mondo che registri simili stranezze.
Lo si deve ad una legge approvata precipitosamente più di venti anni fa all’indomani di un referendum abrogativo del finanziamento pubblico. Lo spettro della povertà li ha spaventati tanto che si sono rimborsati perfino lo spavento. Siccome quasi il novanta per cento degli italiani aveva votato a favore dell’abrogazione del finanziamento pubblico, il Parlamento corse ai ripari regalando a tamburo battente un vitalizio generoso ai partiti, adottando tuttavia alcune modifiche. Cambiarono i destinatari del finanziamento: i soldi sarebbero arrivati ai segretari attraverso i presidenti dei gruppi parlamentari, i rimborsi elettorali sarebbero stati calcolati sulla base dei voti ricevuti e non dei costi effettivamente sopportati.
Queste novità hanno trasferito il cordone della borsa dai dirigenti dei partiti alle rappresentanze parlamentare, ed hanno arricchito oltremisura gli schieramenti politici con tale generosità da regalare la sopravvivenza dopo la morte.
Gli effetti di questa genialata sono tanti, ma ce n’è uno che rimane in ombra: il benessere dei partiti morti regala una marcia in più a coloro che hanno avuto in dote il patrimonio del partito pensionato e fanno parte del circo. Alcuni colonnelli ex An, eredi del Movimento sociale italiano, gestiscono un patrimonio importante, immobiliare e bancario, e sono perciò in grado di influenzare il corso degli eventi politici nell’ambito della loro area politica e “culturale”, attraverso le Fondazioni, nate come funghi a ridosso dei partiti. La permanenza al vertice di alcuni personaggi la si spiega proprio con la tenuta del patrimonio o la sua, seppur parziale, titolarità.
Fratelli d’Italia, La Destra di Francesco Storace, e la nascente Officina per l’Italia, hanno bisogno come il pane dell’eredità ex An. La diaspora degli ex An impedisce un agevole uso del cospicuo tesoretto. La ricomposizione della diaspora, dunque, sarà influenzata in modo decisivo da un accordo sui beni di famiglia.
I privilegi di cui godono gli ex An, ce li hanno gli ex Pds-Ds, eredi del Pci. Non nuotano nell’oro, anzi nei diamanti, come i leghisti, che hanno investito, appunto, in diamanti e in buone azioni, i soldi del finto rimborso elettorale, ma hanno radici solide.
Messi tutti insieme i partiti italiani costituiscono una potenza immobiliare in grado di contendere il primato al Vaticano: possiedono 3805 fabbricati e 928 terreni, secondo i calcoli del quotidiano Libero, con una rendita catastale di circa tre milioni di euro ed un valore di mercato di un miliardo e duecento milioni di euro.
La filiera Pci-Pds-Ds-Pd vanta ben tremila fabbricati. Il Pci è ancora oggi intestatario di 178 fabbricati e 15 terreni. Se alla filiera aggiungiamo la Margherita, il centrosinistra risulta intestatario di ben 831 codici fiscali.
Le proprietà immobiliari e i tesoretti delle Fondazioni tuttavia, stranamente, sembrano appartenere al passato, non sono fruibili, a quanto pare; altrimenti non spiegherebbe il fatto che piangano tutti miseria (per dirla con il socialista Formica, il convento è povero, i monaci sono ricchi). L’abrogazione del finanziamento pubblico, almeno un riordino della normativa, una vera porcata (altro che Porcellum) concede ancora oggi rimborsi che tali non sono, seppure in misura inferiore che il passato. In parlamento si discute la legge che in tre anni – dal 25 per cento del primo anno, all’eliminazione nell’ultimo – dovrebbe abrogare il finanziamento pubblico (abolito da un referendum due decenni or sono). Si traccheggia e si negozia da anni, una sordità che ha provocato danni enormi all’immagine dei partiti ed al rapporto fra cittadini e istituzioni (al di là dei costi insopportabili della politica). Pare che sia la volta buona.
Il rimborso elettorale dovrebbe essere sostituito dal 2 per mille e dalle donazioni private, perché – questo è vero – senza soldi non si canta messa e c’è il rischio che si torni alla democrazia del censo: chi ha le risorse scende in campo (o sale, come vuole Mario Monti), e gli altri fanno tappezzeria. Per dirla terra terra, chi detiene i cordoni della borsa possiede il programma politico più “suggestivo”, perché entrerà, attraverso tv, radio, giornali ed internet, in casa di chiunque prima e dopo i pasti, nei giorni feriali e nelle feste comandate.
Se l’ingordigia, l’avidità, gli eccessi non fossero prevalsi – i rimborsi hanno arricchito i partiti, non li hanno solo aiutati a sostenere le spese elettorali – nessuno eccepirebbe sui costi della democrazia. Qualunque legge sul finanziamento pubblico, per come si sono messe le cose, diventa impopolare. Chi predica una svolta francescana, come Beppe Grillo, gode perciò di grande popolarità. Ma i Grillo boys&girls, che stanno in Parlamento ci ricordano, ogni giorno, che potrebbe non essere la povertà parlamentare e la politica delle pezze d’appoggio la strada giusta. Se vogliamo che ci governino i migliori, occorre usare buonsenso. Non è facile. Il buonsenso passa attraverso l’espiazione: oggi chi fa politica è colpevole fino a prova contraria. Ingiusto, ma comprensibile. Se l’Italia diverrà un Paese normale, non sarà la paga del deputato – al netto dei privilegi intollerabili – a creare problemi. (fonte: siciliainformazioni)


