(foto accanto Mirko Crocoli) -  Nel giorno della morte del capo dei capi, ripescando un capitolo del suo libro “prima repubblica”, Mirko Crocoli, ha voluto richiamare alla memoria di tutti, giusto per non dimenticare, a quale mondo apparteneva il morto odierno e quanta parte ebbe nel dirigere quel mondo con metodi spregiudicati e sanguinari. La morte di Riina, infatti potrebbe rappresentare la fine di un’era, anche se la mafia non è ancora sconfitta, così come potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova guerra tra i vari capi che mirano al posto lasciato vuoto dal capo defunto. Noi speriamo che i tempi siano cambiati, come in effetti lo sono e che se è vero che la mafia non è da considerare sconfitta, parecchie novità si aggirano in mezzo alla società: le associazioni antiracket, la presa di coscienza della società che comincia ad abbattere il muro di omertà che è sempre stato il punto di forza della malavita, le nuove generazioni che si battono per una società migliore, il mondo economico imprenditoriale che comincia a denunziare e si rifiuta di pagare il pizzo. Tutti sintomi di una società che si dota di validi anticorpi, che hanno bisogno di essere nutriti dalla sempre maggiore presenza dello stato, dal contrasto al sistema mafia-politica, dall’atteggiamento sempre vigile di un popolo che mira al proprio riscatto ed a liberare la società di questo malefico cancro. (Salvatore Augello)
 
“STORIE” DI MAFIA
 
di Mirko Crocoli (foto in alto) - Nei primi del Novecento prendeva il nome di “mano nera”, ma dopo le clamorose dichiarazioni del pentito statunitense Joe Valachi nel 1963, viene ribattezzata coma la conosciamo oggi. Non andava chiamata in nessun modo, non doveva avere nomi, doveva solo essere una “Cosa”… una “Cosa nostra”. Nel profondo sud, tra mare cristallino, borghi meravigliosi e gente amabilissima, c’è poco da stare tranquilli. Un vero peccato perché, in quanto a splendore storico-culturale, questa regione merita il podio tra tutte le altre italiane. La Sicilia, oltre ad essere un’isola con poteri governativi pressoché autonomi, con un clima unico, cibo e gastronomia senza eguali, è anche – suo malgrado – la patria di “Cosa nostra”. I nomi “famosi”, quelli che tanto hanno fatto discutere e che hanno rappresentato l’incubo collettivo, godono di una carta vincente che si chiama consenso. Quell’assenso incondizionato e quel rispetto che lo Stato non è mai riuscito ad ottenere. In questa terra dorata e calda le nostre istituzioni – purtroppo - sono state sempre profondamente colluse con la mafia, volente o nolente. C’è il medico del paese, stile Mengele, il famoso Navarra; c’è Luciano Liggio, la “primula rossa”, quello a cui il quotidiano l’Ora intitola la prima pagina con il termine “PERICOLOSO”; ci sono Badalamenti, Buscetta, Michele Greco, Pippo Calò; ci sono i Bontade, gli Inzerillo e i Bagarella, ma c’è soprattutto lui, Salvatore Riina, il soldato divenuto il capo dei capi. Strategica e redditizia è l’alleanza con i Padrini newyorkesi, ben rappresentati da Brando e De Niro nel grande schermo tramite l’opera cinematografica di Francis Ford Coppola, nella saga che ha reso celebre la mafia nel mondo. Tutto sembra cinema, ma cinema purtroppo non è. Ci sono i morti ammazzati per le strade e nei vicoli, e a cadere sono soprattutto uomini delle forze dell’ordine, magistrati “devoti” e gente innamorata della propria terra che cerca di debellare un “cancro” spesso incurabile. Palermo-New York; una direttrice che per tutto il secondo dopoguerra fino ai giorni nostri macina miliardi di dollari tramite le forniture colombiane ed asiatiche e le vendite affidate in tre continenti. La Sicilia è un immenso laboratorio chimico e il popolo americano, nel pieno del boom, rappresenta un mercato inaspettato ed opulento. Estorsione e pizzo lasciano il campo negli anni Settanta e Ottanta all’eroina e alla cocaina. Gambino, Bonanno, Colombo, Lucchese e Genovese in stretto partenariato con i Cuntrera, i Badalamenti, i Riina e i Calò creano un business milionario e una fitta rete di collaborati perfettamente operante sui vari territori. Si servono di un canale di ristoranti, prodotti alimentari e soprattutto conserve di pomodori che dalla Sicilia prendono il volo per la “grande mela”. E’ la stagione di “Pizza Connection” e delle tante operazioni sotto copertura che l’FBI e la DIA riescono astutamente a smascherare. Possiedono armi, tritolo e potere, soprattutto quello politico. Sono uomini d’onore che con le loro potenti “famiglie” si insediano in ogni strato della società civile. Già dai tempi di Liggio si intravedeva l’apertura dei corleonesi verso il “nuovo mondo”, soprattutto con le potentissime famiglie dei Cuntrera-Caruana trasferitisi in Canada. Don Calogero Vizzini e Lucky Luciano - già in tempo di guerra - fanno da apripista per la grande alleanza italo-americana, che di lì a poco vedrà la nascita delle famiglie-cosche più potenti del mondo moderno, le principali cinque già menzionate sopra, situate nella East Coast degli Usa, con a capo la Genovese e la Gambino e le altre italiane, nella splendida isola del Mediterraneo. In Sicilia - secondo Don Masino Buscetta - la zona di Porta Nuova è nelle mani della famiglia Calò, quella di Partanna ai Riccobono e Madonia, Villagrazia è di Bontade detto il Principe, Palermo e Cinisi è questione di Don Tano Badalamenti (il boia di Impastato), alla famiglia Greco va il feudo di Bagheria e dulcis in fundo lo strapotere dei corleonesi è, come ormai noto, prima di Liggio e poi di Riina, Bagarella e Provenzano. Sono quest’ultimi - i corleonesi - a lanciare la sfida alle altre cosche, a partire da quelle cittadine di Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, capo storico di Cinisi. Si tratta della rivalsa dei “Viddani” sui ricchi palermitani. Chi si oppone, chi non accetta il regime dei corleonesi o chi tenta un’improbabile ribellione contro Riina e i suoi si auto-dichiara la sua condanna a morte. È il grande momento per il clan del piccolo centro Siculo, l’ascesa degli anni Settanta è vicina. Sentito il rischio e captato il pericolo, Don Totò li anticipa sul tempo e uno ad uno inizia ad eliminarli tutti. Intanto isola Badalamenti dalla Commissione già nel 1978 preferendogli Michele Greco detto il Papa, poi avvia, nel biennio tra l’’80 e l’82, una serie di omicidi illustri atti ad epurare i vertici della cupola, a partire da Bontade nell’81 – boss di Villagrazia – seguito dai fratelli Inzerillo, Salvatore e Pietro, da Rosario Riccobono di Partanna ed infine con lo sterminio di gran parte della famiglia Buscetta. Il messaggio è diretto e chiaro: è lui il nuovo padrone della Sicilia e gran parte della Commissione è affidata ai suoi fedelissimi; Michele Greco, Bernardo Provenzano e Pippo Calò. Santini che bruciano, sangue per sigillare il sacro ingresso e promesse solenni davanti ad un ristretto gruppo di “fedelissimi”. Un rituale degno delle più segrete associazioni - da cui credo - abbiano preso spunto. È la “famiglia” il nocciolo duro, quel genere di “famiglia” da cui è vietato separarsi e con una struttura verticistica e piramidale molto più ferrea di quella militare. Alla base, appena dopo gli avvicinati, ossia gli amici stretti ma non affiliati, ci sono i soldati, i killer, coloro che fanno il lavoro sporco e che già sono parte integrante della gerarchia. A seguire i capodecina o capo regime; i “marescialli” del crimine, i capi stazione della cosca i quali detengono il potere sui soldati e si occupano di gestire il gruppo operante sul territorio. Nei piani alti vigila costante il consigliere, stretto ed intimo collaboratore del vice capo e commensale di rispetto al tavolo di comando. Tra il braccio destro e quello sinistro, protetto e venerato, siede il comandante in capo, il supremo, il boss, il Padrino indiscusso dell’intera famiglia. Lui e soltanto lui detiene lo scettro e può dare lo “sta bene” sulle principali decisioni; grossi traffici e soprattutto gli omicidi. Le zone di controllo, ossia le aree territoriali, sono chiamate “mandamenti” e possono comprendere diverse famiglie o clan e naturalmente anche altrettanti Comuni. Più capi famiglia di altrettante zone eleggono un capo mandamento e ognuno di esso rappresenta - di norma - tre famiglie congiunte. Costui siede di diritto alla tavola della “cupola”, una vera e propria Commissione provinciale e interprovinciale. Altro che struttura militare! Quartieri, città, regioni e talvolta affari internazionali miliardari controllati esclusivamente da questo ristretto gruppo di “mammasantissima” che detiene un potere mai visto. E la politica? Spesso e volentieri resta a guardare, in altre occasioni invece è costretta a sottomettersi supinamente alle pressanti richieste che non restano disattese. Nessuno tocchi questi signori e nessuno provi ad intralciare i loro affari. Veramente pochi gli uomini coraggiosi e temerari che hanno provano ad ostacolare l’ascesa del crimine organizzato; la maggior parte sono collusi, costretti o non. La politica democristiana nell’isola - in quegli anni - è nelle mani di Lima e Ciancimino – l’uno sindaco e l’altro assessore ai lavori pubblici, e sotto la “scure” dei cugini Salvo (Ignazio e Antonio), esattori senza scrupoli. Inutile dire quanto sia ghiotta la fetta di quella torta in pieno boom edilizio. C’è da costruire, innalzare, fare soldi e palazzi. C’è un “sacco” da riempire: è quello di Palermo. Come dice Paolo Borsellino, “Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Chi non accetta soprusi, violenze e “infami” compromessi, tenta una vana lotta pur sapendo che lo Stato non potrà dare la giusta protezione e consci che il destino - per loro - potrebbe essere infausto. Non eroi ma umili servitori della patria che hanno avuto l’unica colpa di pretendere onestà nei quartieri dove sono nati e cresciuti. La “mano nera” non perdona e l’inevitabile mannaia cade inesorabile sul capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, assassinato il 21 luglio ’79, sul magistrato Cesare Terranova il 25 settembre dello stesso anno e sul Procuratore Gaetano Costa il 4 maggio ’80. La lista dei nomi illustri è lunga e tristemente nota; Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il 2 settembre ’82, Giudice Rocco Chinnici eliminato dal gruppo armato mafioso denominato “Stidde” il 29 luglio ’83 e vari funzionari delle Forze dell’ordine; Russo, Mancuso, Basile, Montana e Cassarà. Non conta che siano poliziotti, carabinieri o magistrati, chiunque tenta di ostacolare il potere politico mafioso di quegli anni è carne da macello. La scontano anche uomini della società civile, considerati troppo zelanti. Perde la vita il giovane Peppino Impastato, l’attivista eroico che con la sua piccola stazione radiofonica sfida lo “zio” Tano Badalamenti, lo seguono il Governatore della Sicilia Piersanti Mattarella e il segretario comunista Pio La Torre. È la fine degli anni Ottanta e, nonostante i morti ammazzati e il sangue per le strade cittadine, la grande stagione delle stragi mafiose, l’epopea di violenza di Cosa nostra, deve ancora raggiungere il culmine della sua atrocità. Nel biennio ’90-’91 “cadono”, per volontà delle cosche, anche i giudici Rosario Livatino e Antonio Scopelliti. Ma c’è un pool ben preciso sotto il mirino dei “capi”: un gruppo di magistrati che ingaggia un vero e proprio conflitto, una guerra alle “famiglie” e soprattutto ai corleonesi. È un gruppo determinato, lo comanda Antonino Caponnetto e nella squadra emergono subito due punte di diamante, due lavoratori instancabili che passeranno alla storia. Amici e colleghi, convinti che l’unico sistema per disgregare il sistema è quello di attaccare il vero punto chiave di tutta la grande piovra: il rapporto tra Stato e mafia, tra politica corrotta e criminalità organizzata. Il cosiddetto “terzo livello”, oggi meglio conosciuto anche tramite le ultime vicende della Capitale, il rapporto tra “mondo di sopra” e “mondo di sotto”. Stiamo parlando di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, nel 1992, anno da non dimenticare, saranno le ultime vittime del bagno di sangue senza precedenti che ha destabilizzato un’intera Nazione. Non tutte le colpe di quei tragici attentati sono da attribuire alla lunga mano di Cosa nostra, alcune responsabilità, anche se non dirette, soprattutto per la stragi di Capaci e Via D’Amelio vanno individuate anche in altre sfere, quelle istituzionali e probabilmente all’interno dei “palazzi” corrotti. Durante i funerali dei due colleghi il popolo si ribella in forma plateale e si scaglia contro la politica e i governanti. “La mafia è lo Stato” alcuni sussurrano; i siciliani sono sgomenti e molti si ribellano. “Sono loro i veri mafiosi, quelli che hanno abbandonato i nostri eroi al loro tragico destino”; queste le parole ricorrenti in quei giorni del ’92. L’ultimo discorso di Borsellino lascia non pochi dubbi su questa versione, l’ormai noto “giorni di Giuda”. Perché qualche anno prima il CSM preferisce Antonino Meli al ben più preparato Falcone? Questo è il terribile dubbio e la sofferenza più grande per l’amico Paolo. Stragi di mafia? Sì, forse, ma non solo. E allora? Dove sono le carte di Falcone? Dov’è finito il dossier di Borsellino? Nessuno ha più parlato e nessuno ha mai reso pubbliche le indagini e i faldoni dei due magistrati. Dov’è finito il loro lavoro? Sparito nel nulla. Non scopriamo l’acqua calda se diciamo che non c’è mafia senza politica e che l’Italia è stata la vera esportatrice del crimine, sin dai tempi della grande emigrazione d’inizio secolo. Siamo costretti a giustificarci col fatto che fa parte della nostra indole: dove ci sono soldi facili, dove c’è corruzione, ci siamo noi. Uno su dieci si salva, negli altri c’è del marcio, corruzione o quanto meno corruttibilità. Le ultime vicende della nostra politica interna ci dimostrano quanto questo male sia purtroppo ancora abbastanza diffuso e ramificato. La mafia fa breccia facile sul territorio e sulla gente perché c’è da ricostruire, innalzare, spartire, e l’uomo - per natura - ama arricchirsi fino al punto di uccidere. Questa realtà è riscontrabile ovunque, non solo nel sud Italia e non solo quando ci sono i miliardi sul piatto. Forse è il radicamento nei vari strati della società che è impossibile da estirpare, che ha definitivamente infranto ogni speranza alla lotta alle mafie, costringendo le nostre Istituzioni ad ammainare bandiera bianca. Una tregua assoluta? Una trattativa? Oggi di questo si parla. Falcone sosteneva: “Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro, né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia”. Una resa incondizionata? Una presa di coscienza? Difficile dirlo. Antonino Caponnetto è stato anche troppo chiaro a Via d’Amelio: “È finito tutto”. Quell’espressione, quelle parole di rinuncia rivolte verso i cronisti risuonano come un amaro preludio considerando ciò che è poi avvenuto negli anni successivi. E’ finito il suo pool, sono finite le speranze in quel luglio 1992, dopo la morte di Borsellino. La sua “caduta” segna il punto di non ritorno nella lotta a Cosa nostra. In seguito il baricentro si sposta un po’ più in alto; la Sicilia tace per tre decenni e nuovamente le luci della cronaca si spostano verso la Campania, terra di fuochi e scontri violenti. Cosa nostra dagli anni Sessanta fino ai primi Novanta è un fenomeno di proporzioni titaniche, toccando un giro d’affari – già negli anni d’oro di Kennedy – di 40 miliardi di dollari negli Usa (secondo Valachi) e raggiungendo il tetto massimo di oltre 110 miliardi di euro in Italia nel primo ventennio del XXI secolo. Il grande colpo all’organizzazione siculo-newyorkese è stato dato dapprima con il “soldato” di Genovese oltreoceano e successivamente dal pool durante il maxi-processo del 1986, nell’aula bunker del tribunale di Palermo. 19 ergastoli, 360 condanne e oltre 2500 anni di carcere per i Padrini e gli uomini d’onore dell’isola. Ciò è stato possibile grazie all’ottimo lavoro della coppia Falcone-Borsellino e al rapporto privilegiato che proprio il primo magistrato aveva instaurato con Mannoia, di Maggio e soprattutto con il super pentito Tommaso Buscetta. Nonostante i numerosi ostacoli e le correnti opposte dentro e fuori le Procure che hanno tentato di depistare, il pool riesce con successo a depositare la prima pietra sul grande muro della lotta alla mafia. Con la speranza, naturalmente, che quei grandi successi siano solo l’inizio di una rivincita dello Stato sulla criminalità organizzata. (Mirko Crocoli)