Tra una cosa e l’altra, ho assistito a tre periodi di emigrazione italiana: gli anni ’60, gli ’80 e il periodo attuale. Non ho sottomano statistiche accurate, ma qualche idea empirica su chi emigrava in passato e chi emigra og- gi me la sono fatta. Negli anni ’60 ero una ragazzina, ma ricordo ancora i giornali e i primi artigianali servizi televisivi sull’emigrazione, sia verso l’estero che dal Sud al Nord dell’Italia. Allora ad emigrare erano i più poveri, i contadini soprattutto, che lasciavano una terra magra e ingrata, dominata dal latifondo e dal caporalato, per cercare qualcosa di più decente come operai o minatori. Si emigrava per non morire di fame. Questi emigrati esistono ancora, sono in pensione, qualcuno è tornato in Italia, molti si sono fermati nei paesi nei quali aveva- no trovato lavoro. Su questi emigrati ne sappiamo abbastanza, forse non proprio tutto, ma il loro profilo, le loro esigenze, la loro storia non sono un buco nero. Anche la politica li conosce e, sia pure a fasi alterne, si è resa conto che rappresentano un elettorato non trascurabile. Da un certo momento in poi l’emigrazione è rallentata, anzi c’è stata perfino un’onda di ritorno. Tuttavia in- tanto fuori dall’Italia si erano già formate la seconda e più tardi la terza generazione, quella dei figli e dei ni- poti degli emigranti degli anni ’50 e ’60. Questi, che spesso hanno la cittadinanza italiana, sono molto meno conosciuti dalle istituzioni e dalla politica. Ad esempio, non sono pochi quelli che danno per scontato che queste generazioni sono meglio inserite dei loro padri e nonni. Magari fosse così! In realtà, spesso stanno peggio. Tra di loro – incredibile, ma vero – la conoscenza della lin- gua del paese ospitante è scarsa quanto lo era quella delle prime generazioni, cosa che comporta seri proble- mi di apprendimento scolastico e di ricerca di lavoro, oltretutto con l’aggravante che quello che si accettava negli emigranti di prima generazione non si accetta più nei loro figli e nipoti. I problemi di queste persone e gli effetti negativi che questi hanno sul loro futuro e, indirettamente, anche sull’immagine dell’Italia sono sta- ti abbastanza trascurati dalla politica e a questo ha corrisposto un altrettanto basso interesse per la politica da parte delle “seconde e terze generazioni”, il che è di per se un problema: sono elettori anche loro e un’influenza ce l’hanno, sia che votino sia che finiscano nell’assenteismo Da qualche anno l’emigrazione italiana è ricominciata, anzi ha preso ritmi impressionanti. E stavolta tra chi emigra c’è di tutto: chi viene da famiglie operaie e contadine, ragazzi di estrazione piccoloborghese, senza titolo di studio, col diploma o la maturità, laurea breve, laurea completa, master, liberi professionisti, impie- gati o ex - impiegati, piccoli imprenditori. I loro problemi e i loro obiettivi sono altrettanto complessi e variega- ti. C’è chi arriva avendo già un lavoro, cercato e accettato perché offre condizioni migliori di quelle ottenibili in Italia. C’è il dipendente della multinazionale al quale l’azienda ha proposto un trasferimento e c’è il piccolo imprenditore che spera di trovare all’estero condizioni più favorevoli e meno ostacoli per iniziare una pro- pria attività, rispetto a quanto riesca a dargli il proprio paese. C’è il laureato che, dopo una lunga e inutile ricerca di un lavoro, arriva disposto a fare anche il lavapiatti. C’è chi pensa di restare un po’, vedere come va e poi eventualmente tornare in Italia e c’è chi afferma di non voler tornare a nessun costo, comunque vada all’estero. C’è lo studente dell’Erasmus e c’è chi non ha nessuna qualificazione professionale. C’è chi arriva armato di notevole buona volontà e c’è chi vorrebbe solo i sussidi di disoccupazione dei paesi benestanti – più o meno – del Nord Europa. Di tutto, veramente di tutto. Su questi emigrati la politica e le istituzioni bran- colano nel buio, e gli emigrati ricambiano disinteressandosi platealmente di entrambe. La cosa è apparsa evidente con le recenti elezioni per il rinnovo dei ComItEs: partecipazione sottozero, rea- zioni alla campagna di informazione del tipo: “Comites? Cos’è? Roba che si mangia?”. La cosiddetta “nuova emigrazione” è qualcosa che quasi nessuno sa in cosa consista. Il termine è di moda ed è usato a proposito e a sproposito un po’ dovunque, ma senza conoscere veramente chi siano, cosa facciano, cosa si aspettino e quali problemi abbiano questi “nuovi emigrati”. Come prepararsi ad andare all’estero, come e dove cercare lavoro, dove imparare al meglio la lingua del paese ospitante, quali siano le differenze più importanti nella legisla- zione e – spesso ancora più importante – nella mentalità e nel modo di vivere di quel paese: sono in pochi a preoccuparsi di elaborare una proposta, dei servizi, un orientamento per i nuovo arrivati. Quanto sopra è un guaio e anche grosso, molto grosso. La politica tradizionale era abituata ad un altro “pubblico”, di gente che aveva avuto vita dura, anzi durissima, ma che aveva un modo di ragionare e delle esigenze abbastanza lineari. Gli emigrati d’oggi sono scettici, spesso addirittura cinici, hanno perduto qua- lunque fiducia nel proprio paese, o gliene è rimasta molta poca, senza averne nel frattempo maturata una nuova nei confronti del paese che li ospita. Non si avvicineranno mai di loro spontanea iniziativa ai rappre- sentanti della politica italiana all’estero e nemmeno alle istituzioni create per gli emigrati italiani in tempi nei quali mentalità, esigenze, prospettive, struttura economica e schieramenti politici erano così diversi da quelli di oggi. È la politica, sono le istituzioni che devono anzitutto imparare qualcosa di più su questi nuovi arrivi e poi andare a cercarli con delle soluzioni realizzabili ai loro problemi. E bisogna avvicinarli senza preconcet- ti: tra un laureato che tira a campare con un contratto di consulenza – fasulla – a 800 Euro e un aiuto - cuoco a salario minimo non c’è tutta questa differenza. Tutti e due fanno fatica ad arrivare a fine mese. Bisogna saper parlare a tutti e due, sennò li perderemo entrambi. Loro, che non sono solo nuovi emigrati, ma anche nuovi elettori. È anche questa la ragione per la quale mi sono candidata nella ListaTRE per il rinnovo degli organi dirigenti del PD Germania: perché lì dentro o tra i suoi sostenitori c’è il figlio del muratore, la studentessa, il membro del consiglio di fabbrica, il piccolo imprenditore, l’impiegato. La nuova emigrazione, appunto. (PD cittadini del mondo -  Carla Ciarlantini)