Il Risorgimento

Aidone fu sede di una cellula carbonara guidata da Domenico Scovazzo e il 26 gennaio 1848 insorse contro il re Ferdinando II delle Due Sicilie. Durante la crisi del 1848 il Re Ferdinando II di Borbone nominò Ministro dell'Agricoltura il Comm.

Gaetano Scovazzo, regio consultore che in passato aveva ricoperto questa carica nel 1831 collaborando con il fratello del re Leopoldo Conte di Siracusa come Ministro di Grazia e Giustizia ed Affari ecclesiastici ed in seguito alle Finanze. . Per rimanere fedele ai suoi principi di libertà e di autonomia, Scovazzo si dimise dal Governo del Re Ferdinando II del 1848 come Ministro dell'Agricoltura e Commercio nel gabinetto Serracapriola nonostante fosse stimato da Lord Minto (Gran Bretagna) e il conte Napier (Francia) e la sua dimissione fece precipitare la situazione politica in Sicilia.

Come per gli altri Comuni dell'Isola anche in Aidone si formò un "Comitato di difesa e sicurezza pubblica" e tre compagnie della Guardia nazionale guidate dal pugnace Rocco Camerata Scovazzo Comandante e Vincenzo Cordova Savini.

Filippo Cordova, cugino dello Scovazzo che aveva già perorato la causa di una nuova Sicilia come nazione sganciata dalla capitale Napoli e dal Borbone, nel 1848 fu eletto da Aidone al Parlamento Siciliano, sedendo nella Camera dei Comuni.

Qui fu uno degli estensori dello statuto per l'autonomia della Sicilia e poi ministro delle finanze nel governo presieduto dal marchese di Torrearsa. Dopo la restaurazione borbonica fu in esilio a Torino, qui conobbe Massimo D'Azeglio e poi Camillo Benso di Cavour che gli affidò la direzione del "Risorgimento". Divenne anche un consigliere del re Vittorio Emanuele II in seguito dopo la morte improvvisa di Cavour, fu chiamato a far parte del Governo del regno di Italia presieduto da Bettino Ricasoli come Ministro dell'Agricoltura e del Commercio.

Durante la spedizione dei Mille Aidone partecipò ai combattimenti: in contrada Dragofosso un gruppo di 120 aidonesi, guidato da Vincenzo Cordova e Gioacchino Mazzola, riuscì a deviare un contingente borbonico guidato dal generale Gaetano Afan de Rivera, favorendo la conquista di Palermo da parte di Garibaldi. Lo stesso Garibaldi in seguito si complimentò con Vincenzo Cordova (vds. lettere) tanto che lo voleva nominare Maggiore del suo esercito di liberazione.

Nel Regno di Italia altri aidonesi si distinsero oltre a Filippo Cordova suo cugino Gaetano Scovazzo-Cordova nominato Senatore nel 1861 ma giurò nel 1863, suo nipote Vincenzo Cordova Savini (1819-1897) deputato di Giarre per cinque legislature e senatore del regno nel 1889, Rocco-Camerata Scovazzo senatore nominato nel 1865 e i suoi fratelli Franceswco e Lorenzo Camerata-Scovazzo entrambi eletti Deputati al parlamento nazionale ed infine Domenico Minolfi Scovazzo (1826-1898), deputato per due legislature e presidente del Consiglio provinciale di Caltanissetta.

La vita sociale e culturale di Aidone nell'Ottocento fu molto vivace e ricca di iniziative sociali e culturali. Nel 1865 venne fondata una biblioteca comunale a cui si aggiunse, dal 1884, anche una biblioteca popolare educativa circolante. Nel 1889 i fratelli Luciano e Giuseppe Palermo fondarono il "Monte di pietà" e la relativa banca; qualche anno dopo nacque la "Società di mutuo soccorso Principe di Napoli" (poi "Società artigiana") fondata da Vincenzo Cordova e Domenico Minolfi e infine, nel 1895 fu costituito il "Monte Frumentario" con 157 soci.

Sin dal 1843 esisteva un orfanotrofio femminile, nel 1884 venne creato l'asilo infantile "Vittorio Emanuele" per gli alunni poveri e una scuola elementare con 14 classi nell'ex convento dei domenicani. Nel 1902 il parroco aprì un istituto femminile per l'insegnamento del cucito e del ricamo.

Nel 1903 nacque la "Lega dei lavoratori della terra", con 300 soci e l'istituzione di un fondo sociale, e nel 1905 la "Lega di miglioramento" in favore degli operai delle solfatare.

Monumenti e luoghi d'interesse

Morgantina

Uno dei siti archeologici più interessanti dell'entroterra di Sicilia è sicuramente l'antica città greca di Morgantina, nella provincia di Enna. Le numerose fonti in cui viene menzionata Morgantina sono una riprova della sua importanza. Alle informazioni delle fonti letterarie si aggiungono ovviamente i reperti rinvenuti in seguito agli scavi archeologici effettuati in tutta l'area. La città si estende su una piccola pianura delimitata da dolci colline. Al centro del pianoro si trova l'Agorà dominata dall'alto dal "colle della Cittadella", sede dell'Acropoli. Il sito, prima di essere colonizzato dai greci, presentava insediamenti preistorici di età castelluciana e dell'Età del Bronzo. Fu nel IX secolo a.C. che arrivarono i Morgeti (da cui Morgantina prende il nome). Testimonianze del periodo di colonizzazione da parte di questo popolo si trovano nell'area dell'Acropoli: capanne a pianta quadrata appartenenti ad un villaggio agricolo. Nel IV secolo a.C. i coloni Calcidesi di Catania ingrandiscono il sito. Nel 211 a.C. , durante le guerre puniche, Morgantina si schiera con i Cartaginesi e questo provoca la sua distruzione da parte dei Romani.

Lungo il perimetro dell'area archeologica sono visibili le antiche mura di cinta che, seguendo l'orografia della zona, hanno un andamento piuttosto frastagliato. Le mura non presentavano torri, solo alcuni baluardi, e si aprivano in corrispondenza delle quattro porte. Sull'Acropoli, oltre alle succitate capanne morgetiche, si trovano i resti più antichi della città, compresa l'area sacra. L'area sacra comprende dei piccoli templi ed il naiskos arcaico, un grande tempio lungo all'incirca 32 metri risalente al VI secolo a.C. Ai piedi della collina dell'Acropoli si trova il quartiere residenziale. Qui sono state rinvenute lussuosi esempi di abitazioni con pavimenti a mosaico e pareti affrescate: la Casa del Capitello Dorico, famosa per la sua iscrizione musiva EYEKEY (Stai bene!) sul pavimento in cocciopesto; la Casa di Ganimede, che prende il nome dal mosaico rinvenuto al suo interno raffigurante il ratto di Ganimede; altre abitazioni degne di nota sono la Casa dei capitelli tuscanici e la Casa del Magistrato, entrambe con decorazioni musive e parietali.

La zona più interessante di Morgantina è certamente l'Agorà, disposta su due livelli (quello inferiore riservato ai riti sacri, quello superiore per fini commerciali e pubblici) collegati da una grande scalinata. Quest'ultima è molto particolare perché consta di tre lati che formano così in basso uno spazio probabilmente usato per le riunioni cittadine, come Ekklesiasterion, o per momenti di culto vista la vicinanza con il Santuario delle Divinità Ctonie, Demetra e Kore. Contemporaneo alla scalinata è senza dubbio il Teatro Greco. La sua cavea semicircolare consta di 15 gradini ed è suddivisa in sei settori; è probabile che le scalinate in pietra continuavano con delle strutture in legno per aumentare la capienza del teatro (5000 posti circa). Il Santuario delle Divinità Ctonie ha una pianta trapezoidale ed è all'interno di questo edificio che sono stati rinvenuti dei busti votivi policromi che raffigurano Demetra. Accanto al teatro greco, più a est, si trova il granaio pubblico; risalente al III secolo a.C. ha una pianta rettangolare. I resti di due fornaci all'interno dell'edificio sono la prova dell'esistenza in città di fabbriche di vasi in ceramica.

La terrazza superiore dell'Agorà è delimitata da tre portici monumentali con colonne (stoà); uno con funzione di ginnasio, uno adibito a fini commerciali, l'altro per riunioni pubbliche. Al centro di questa terrazza dell'Agorà si trova il Macellum, del II secolo a.C. ; l'edificio ha pianta quadrata ed è l'esempio più antico di macellum a noi pervenuto. I reperti archeologici rinvenuti nell'area archeologica di Morgantina sono conservati nel piccolo ma interessantissimo Museo archeologico nella vicina Aidone. I reperti custoditi vanno dall'età del Ferro al I secolo a.C.

Il Castello di Pietratagliata

In territorio di Aidone, in contrada Gresti, ci sono i ruderi di un castello medievale di origine non ben definita ma secondo lo storico Michele Amari venne costruito dagli arabi negli anni 862-67 su un preesistente fortilizio bizantino (le prime notizie storiche documentabili sul castello risalgono al XIV secolo). Il castello sorge su un'elevata cresta rocciosa che chiude la piccola valle del torrente Gresti, un affluente del Gornalunga, ovvero l'antico Albos o Erikes, ed è posizionato strategicamente lungo la via di comunicazione che collegava Morgantina, e le antiche città dell'interno, con quelle della costa orientale. La struttura comprende un ampio piano terra, adibito a magazzini e stalle, e un primo piano accessibile da una scaletta in muratura. La maggior parte degli ambienti sono scavati nella roccia, in modo analogo al castello di Sperlinga, e si aprono ad est con logge e finestroni. È presente un'alta torre piena, visibile a grandi distanze.

Il nome “Pietratagliata” si riferisce alla presenza degli ambienti tagliati nella roccia, mentre il nome Gresti, ricorda la grande quantità di cocci di epoca greca e romana dal II secolo a.C. al I secolo d.C. che affioravano in tutta la contrada.

Il Castellaccio

"Castellaccio", (in dialetto Cast'ddazz') è il nome dato ai ruderi del castello medievale, costruito nel punto più alto della città, in posizione strategica, con una visuale panoramica a 360°, che permetteva di controllare le principali vie di comunicazione della Sicilia Centrale.

La costruzione risalirebbe all'XI secolo, all'epoca normanna, ma fu forse preceduta da una fortificazione saracena. Il Castello era un baluardo sicuro per i baroni signori di Aidone, tanto che era inespugnabile e si poteva accedere solamente dall'antica strada posta a mezzogiorno. Quando questo maniero venne attaccato dalle truppe di Roberto d'Angiò con il tradimento del capitano Giovenco degli Uberti fu possibile espugnarlo e perfino il Re Federico III dovette usare delle macchine di guerra per porre l'assedio alle truppe angioine. Questo castello venne ulteriormente fortificato dal Conte Enrico Rosso senior nel 1351 che aveva la necessità di un reparto di cavalieri in grado di attaccare sulla piana di Catania il nemico Artale Alagona. Fu centro del feudo di Aidone e fu qui che i feudatari ospitarono nel 1396 i reali Maria e Martino I di Sicilia e, nel maggio 1411, Bianca di Navarra dettò alcune lettere con l'aiuto del Protonotaro del Regno Bartolomeo Gioeni, Barone di Aidone e il figlio Perrone ai suoi fedelissimi per contrastare il nemico della corona: il grande ammiraglio Bernardo Cabrera.

Cadde in rovina in seguito al terremoto del 1693 e successivamente venne abbandonato. Faceva probabilmente parte di una rete di fuochi di avvistamento con i castelli di Enna, Agira, Pietratagliata e altri.

Le chiese

Torre Adelasia e Santa Maria La Cava o Lo Plano

Sulla piazza Cordova si affaccia la Torre Adelasia, che oggi costituisce la torre campanaria dell'annessa chiesa di Santa Maria La Cava, ma in origine era una delle torri di difesa lungo le mura che costeggiavano le pendici occidentali del borgo normanno. Dell'impianto originario, di epoca normanna, conserva il piano inferiore dall'alto portale ogivale e, all'interno, la volta a crociera, il bel portale laterale in pietra calcarea e la maestosa abside. Nei secoli ha subito molti rimaneggiamenti e sovrapposizioni in diversi stili: il gotico-catalano del secondo piano cinquecentesco e il piano superiore di epoca settecentesca. La chiesa di Santa Maria fu fondata con il nome di Santa Maria Lo Plano da Adelasia, nipote del conte Ruggero, come si legge in un diploma del 1134. Fu priorato dei Benedettini. Dell'impianto medievale conserva solo l'abside e la torre. L'attuale facciata, incompleta, è il frutto di un ambizioso progetto tardo secentesco per una chiesa a tre navate. Il rapporto simmetrico dei portali è andato perduto nell'ultimo radicale restauro, completato nel 1940: per ampliare la capacità di accoglienza della chiesa, si eliminò l'alta gradinata interna, fu innalzato il portale centrale e si aggiunse l'alto sagrato semidecagonale. Fu abbandonato definitivamente il progetto di una chiesa a tre navate e si ricavarono due cappelle sul lato occidentale e dei locali adibiti ad asilo sul lato orientale. Per ricordare le origini normanne l'interno dell'abside fu riportato alla nuda pietra ponendosi perciò in netto contrasto con il sistema decorativo dominato dagli affreschi della pittrice Clelia Argentati. La Chiesa è anche un santuario dedicato a san Filippo apostolo: il simulacro del santo, ritenuto miracoloso, custodito in una cappella riccamente decorata di stucchi, è oggetto di grande venerazione: il 1º maggio convengono in Aidone, per celebrarlo, ringraziarlo o impetrare grazie, pellegrini provenienti da tutti i comuni della provincia.

Chiesa madre di San Lorenzo

È forse la chiesa più antica di Aidone, fondata nell'XI secolo,secondo Filippo Cordova e Gioacchino Mazzola su un'antica costruzione risalente al VII sec. per come è stato di recente rilevato dal alcuni muri di fondazione all'interno della Sacrestia. Questa Chiesa Matrice dopo gli ingenti danni subiti nel terremoto del 1693 fu ricostruita: dell'originario impianto normanno restano i contrafforti laterali e il portale. Con la ricostruzione furono aggiunte le cappelle laterali e il campanile, mai completato. Tracce dell'antica struttura sono visibili nei grandi conci parietali scoperti nella sacrestia, in corrispondenza dall'area absidale.

La facciata fu ricostruita utilizzando il materiale antico: furono recuperate le due scanalature ad un lato della porta, che rappresentano le misure del palmo e della canna, ma non l'antica iscrizione i cui frammenti sono sparsi per tutta la facciata. Interessanti i colmi degli imponenti cantonali rifinite con caratteristiche forme a spirale.

All'interno si conservano suppellettili, arredi sacri, antichi paramenti, statue e tele in parte provenienti dal convento di Santa Caterina: tra questi oggetti, il reliquiario di argento a forma di braccio, contenente la reliquia di San Lorenzo, probabilmente portata da Roma da Marcantonio V marito di Isabella Gioieni, quest'ultima della famiglia dei Gioieni che avevano introdotto il culto del santo per un presunto miracolo[11]

Esistono due versioni sul motivo per cui san Lorenzo, per volere della famiglia Gioieni, sarebbe stato dichiarato patrono del paese al posto di san Leone: secondo una di esse fu Giantommaso Gioieni nel 1531 ad introdurre la venerazione per il santo martire in ringraziamento per la salvezza del figlio Lorenzo dalla pestilenza. Secondo un'altra versione fu invece Isabella Gioieni, nella seconda metà del Seicento: sposata a Marco Antonio Colonna, al quale aveva portato in dote il feudo di Aidone, non sarebbe riuscita ad avere figli e promise in voto al santo di farlo diventare patrono del paese se avesse dato alla luce un figlio; la grazia sarebbe stata concessa e Isabella diede alla luce il figlio Lorenzo e mantenne la sua promessa. Al 1810 risale invece la nascita dell'Accademia di San Lorenzo, che operò per almeno un secolo.

Chiesa di San Leone

La Basilica di San Leone risale al 1090. Fu dedicata al papa Leone II, e fu costruita con conci megalitici, provenienti dall'area della Cittadella. La chiesa subì gravi danni a causa del terremoto del 1693; nel 1790 il muro della facciata fu ricostruito e porta l'iscrizione in latino: "Divo Leoni Papae Civi Patrono Populus Ajdonensis Basilicam Hanc Restituit", secondo cui papa Leone II fu aidonese. C'è da ammirare, nell'architettura esterna, il portale di stile barocco, formato da un arco a tutto sesto, fiancheggiato da due mezze colonne con capitelli stile corinzio, su cui poggia un architrave con dei rilievi; in corrispondenza dei capitelli vi sono due piccole cimase con due pigne a rilievo.

Chiesa di Sant'Antonio Abate

La chiesa è posta all'ingresso orientale del paese e la tradizione vuole che in origine fosse una piccola moschea, trasformata in chiesa cristiana dai Normanni: alla presunta moschea apparterrebbero il portale a sesto acuto nella parete di mezzogiorno, oggi murato, e le piccole feritoie ai suoi lati. I contrafforti laterali che racchiudono grandi aperture murate, fanno pensare, ad un edificio con pianta a croce greca, forse ad una piccola chiesa extra-urbana di epoca bizantina, ovvero ad un edificio tardo-romanico con pianta a tre absidi ("a trifoglio"), che costituirebbe un esempio raro per la Sicilia.

Al periodo normanno appartengono invece l'abside posteriore e il portale con arco a sesto acuto, in conci alternati di arenaria e pietra bianca di Comiso. La chiesa ha subìto nei secoli vari rimaneggiamenti; di epoca cinquecentesca o seicentesca è il campanile a due ordini di monofore, sormontato da una cuspide rivestita di elementi sferici policromi di gusto moresco. Un pavimento musivo, che rappresentava San Giorgio che uccide il drago, e numerosi arredi sono stati nel tempo sottratti da furti, ma si conserva un affresco, del 1581, portato in luce dagli ultimi restauri, che rappresenta la vita e le tentazioni di Sant'Antonio: il quadro centrale rappresentante il Santo, è accompagnato da otto riquadri disposti ai due lati, dove in uno stile "fumettistico" sono rappresentati episodi della sua vita illustrati da didascalie in siciliano.

Chiesa di San Michele Arcangelo

Pare che la vecchia Chiesa dedicata a S.Michele venne edificata nel 1150 d.C. e secondo gli esperti la torre composta da archi a sesto acuto è molto simile a quella coeva di S.Maria Lo Plano. Della cinquecentesca chiesa e l'annesso convento non resta oggi che il rudere della torre campanaria, in pietra bianca squadrata, con il portale d'ingresso e due ordini asimmetrici; all'interno di un'arcata è scolpita l'effigie del Santo, in veste di guerriero. Le restanti tracce della chiesa, a tre navate, e del convento sono coperte e conglobate dalle abitazioni sovrastanti.

Il convento era circondato da una fama sinistra per essere stato nel XVI secolo sede di un tribunale segreto dell'Inquisizione. (continua/2)