Oggi, il nostro collaboratore Vito Marino, ci mette di fronte una carrellata di usanze legate al tempo passato, alle ristrettezze dell’epoca che, aguzzando l’ingegno, trovavano soluzioni soddisfacenti ed utili.

E’ il caso del caffe e dello strumento per la torrefazione casalinga oggi soppiantata dalle grandi marche. Ma è anche il caso di abitudini sepolte dal tempo, che in questa carrellata Vito riporta alla nostra memoria. Mi riferisco alla memoria di quelli come noi avanti nell’età, mentre per i giovani è la presentazione di un mondo sconosciuto ma a modo suo ordinato e strutturato con le sue usanze, le sue abitudini, che appartengono alla nostra storia e che è bene vengano tramandate alle nuove generazioni per capire da dove viene la civiltà moderna e cosa è migliorato o peggiorato. Ma vediamo cosa ci presenta l’amico Vito Marino

LU CAFE’ NELLA TRADIZIONE POPOLARE

“Cauru cauru è, accattativi lu cafè...”, “Susitivi chi tardu è, accattativi lu cafè”. Mia madre mi raccontava che verso gli anni ’30 – ’40, quando ancora non si sapeva dove stesse di casa l’igiene, era facile sentire per le strade “l’abbanniata” del venditore di caffé. La bevanda calda, oltre che nei bar, si poteva vendere anche in un qualsiasi “putiaru” (bottegaio); infatti, nel rione San Giovanni c’era una bottegaia soprannominata, per questo motivo, “La cafittera”. Una volta la bottega rappresentava un piccolo supermercato, nel senso che poteva vendere merce di qualsiasi genere. Così qualche ragazzo andando a scuola comprava il classico panino imbottito con la “fillata” (affettato - allora c’era solo la mortadella, tagliata a fette con un coltellaccio), oppure la cancelleria. La massaia comprava, ad esempio giornalmente “tri unzi di piattanova” (250 grammi di pasta tipo bucato) oppure, portandosi la bottiglia da casa, un quarto di “frit” (DDT) oppure olio o acido muriatico. Tutto sciolto, senza le abominevoli confezioni con imballaggi di plastica che stanno inquinando il mondo Una buona parte della clientela faceva “la spisa a crirenza”; infatti, avendo difficoltà economiche, faceva scrivere l’importo della spesa in un quaderno con pagamento “a vinu novu”, per come si diceva (aspettando tempi migliori). “La putiara” (la bottegaia), in una civiltà maschilista, era uno dei pochi casi in cui la donna poteva esercitare un mestiere senza che nessuno avesse nulla da ridìre. Generalmente il caffè si vendeva verde dalla bottegaia; nelle case di quei tempi non mancava mai “l’atturraturi”, spesso sostituito da un tegame di terracotta fuori uso, e “lu macina cafè” (il classico macinino con la manovella, oggi messo in bella vista come soprammobile). Molte famiglie si preparavano il surrogato in casa con l’orzo torrefatto. Mentre il macinino del caffè si trova facilmente come soprammobile in quasi tutte le case, “atturraturi” è più difficile da trovare. Quest'ultimo ha la consistenza di una padella, ma chiusa anche dalla parte di sopra; uno spioncino dalla parte superiore laterale, permette di introdurre il caffè verde, mentre una manovella, girando impedisce al caffè di bruciarsi. Allora la torrefazione si eseguiva con il fuoco del carbone, sulla furnacella. “Lu tuffu” (i fondi del caffé) era detto anche “rituffu”. Una persona, che aveva una pessima moralità e reputazione, era considerata un “rituffu” della società. Fino agli anni ’50 circa, come bibite esistevano in commercio solo le gassose ai vari gusti, compreso quello del caffè. Volendo preparare in casa una bibita gradevole e dissetante, si aggiungeva un po’ di caffè all’acqua fresca del pozzo o del “bummuliddu di Sciacca” (tante volte citato) per ottenere “l’acqua cafiata” oppure aggiungendo all'acqua limone spremuto e zucchero o latte di mandorla.. Intorno agli anni ’50, nel centro storico della vecchia Castelvetrano, famoso era il bar “Caffè Stella, posto in Piazza Principe di Piemonte, più comunemente conosciuta come “Piazza del Caffè Stella”. Il bar era ampio, elegante, pulito e ricco di specchi alle pareti; famosa era la granita di limone che servivano la mattina d’estate. Nella stessa piazza c’era un altro bar, meno rinomato, ma noto a tutti per gli assurdi racconti di caccia, raccontate dal proprietario, cavalier Zonfrillo. In Via Vittorio Emanuele c’era l’Extrabar. Allora per le strade passavano pochissime macchine e carrozze, per cui i tavolini dei caffè occupavano, oltre ai marciapiedi, una fetta delle strade e delle piazze. Anche allora questi locali erano frequentati assiduamente da viziosi, scansafatiche e da chi stava bene economicamente. Come avviene oggi, anche allora gli avventori parlavano di sport, di politica e giudicavano il prossimo. Erano delle vere e proprie vetrine viventi in cui gli avventori si mettevano in mostra e nello stesso tempo si “godevano il passeggio” scrutando i passanti e criticando. Quando l’Italia pensò bene di assicurarsi un posticino al sole d’Africa, il prezzo di questa bevanda diventò proibitivo e difficilmente si trovò in commercio. Il popolo si vendicò verso il Re d’Italia con la seguente rima:

- “Quannu era re

aviamu lu cafè,

ora ch’è ‘mperaturi

n’arristà l’atturraturi.

A proposito di caffè, riporto una conversazione tratta dal primo capitolo del romanzo “L’amante inglese” di Leda Melluso, dove il conte Guido Guarneri e Fabrizio Ruffo, principe di Castelcicala per distrarsi, bevono un caffè: <<Lento, troppo lento... una brodaglia... acqua di polpo. Non capisco questo improvviso amore dei napoletani per il caffè. Una moda, solo una moda che non può attecchire in città», sbotta il principe allontanando con la mano la tazza di porcellana. Viene da riflettere su questa battuta marginale: il caffè è per definizione progressista e sovversivo, mentre la cioccolata, che compare sulla scena europea in concomitanza, ha un che di reazionario e soporifero. Il primo, dunque, ideale per i palati irrequieti e democratici; la seconda, più congeniale al gusto codino e nostalgico, più contigua alle mollezze e ai deliqui. Viene quasi naturale associare la caffeina alla rivoluzione, mentre il «brodo indiano» fa da perfetto pendant al più bieco conservatorismo. Non è un caso del resto che nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 guarda caso di Vincenzo Cuoco, a un certo punto si legga che un condannato a morte, «prima di avviarsi al patibolo volle bevere il caffè>>. (Vito Marino)