Brexit? Solo un primo assaggio. Il concetto di rinazionalizzazione ha sempre più successo. Serve una risposta decisa dell’Unione, con una nuova politica economica e sociale  Il voto dei cittadini del Regno Unito a favore della Brexit è un segnale della crisi di integrazione in cui si trova l’Unione europea. Una crisi che, da un lato, nasce da decisioni sbagliate, come l’introduzione della moneta unica e i vari giri di allargamento dell’Ue, e dall’altro lato è dovuta alle politiche economiche errate in riposta alla crisi del 2008-2009. I passi poco convinti verso un maggiore approfondimento dell’integrazione europea, gli allargamenti affrettati e la sottomissione dell’Ue a un regime di austerity hanno portato a una crisi di consenso che, sotto il segno del populismo nazionalista, si sta ampliando sempre di più. Dopo l’instaurazione del mercato unico dell’Ue nell’anno 1992, l’Europa stava vivendo un periodo di euforia in favore di una maggiore integrazione che è durato fino al fallimento del Trattato che ha adottato una Costituzione per l’Europa nel 2005. Siccome tutto sembrava riuscire bene in quella fase, l’integrazione europea è stata caratterizzata da processi di approfondimento e allargamento frettolosi che hanno avuto ripercussioni tuttora percepibili. Introdurre la moneta unica senza portare contemporaneamente a compimento l’unione politica e sociale e senza instaurare parallelamente un governo economico europeo si è dimostrata una costruzione sbagliata. Senza il supporto e il fiancheggiamento attraverso l’unione fiscale europea, la Bce da sola non è in grado di combattere le conseguenze della grande crisi finanziaria. L’allargamento a ulteriori 15 Stati membri avvenuto in quel periodo ha aumentato l’eterogeneità politica ed economica della comunità. A causa di un’insufficiente identità europea, delle aspettative divergenti riguardo al processo di integrazione e del divario nello sviluppo economico, riforme che richiedono l’unanimità non sono più realizzabili. Questo è diventato chiaro per la prima volta in occasione del fallimento del Trattato di Costituzione per l’Europa nel 2005. Non solo. La risposta dell’Ue alla grande crisi del 2008-2009 in forma di politiche di austerità a livello macroeconomico non ha avuto un grande successo e, allo stesso tempo, ha anche comportato costi sociali molto elevati. Mentre gli Stati Uniti sono riusciti abbastanza velocemente a ridurre il tasso di disoccupazione grazie a una politica fiscale e monetaria espansiva, la politica monetaria dell’eurozona è rimasta bloccata da una politica fiscale rigida, causando un incremento del tasso di disoccupazione fino al 2013. Questo sviluppo economico, come anche gli interventi politici nei sistemi di contrattazione collettiva dei paesi dell’Europa del Sud, ha fatto erodere il potere contrattuale dei sindacati e ha portato a una decollettivizzazione delle relazioni industriali. In tante parti dell’Europa questi sviluppi hanno portato a una diminuzione del consenso all’Ue. In Grecia, Spagna e Portogallo le forze di sinistra criticano le politiche di austerità. Nella maggior parte degli altri Paesi membri, le forze nazional-populiste guadagnano sempre più influenza. Alle elezioni politiche questi partiti ormai ottengono da un quarto a un terzo dei voti. Quando poi la critica alle condizioni economiche e sociali si coniuga a una cultura anti-europea, come tradizionalmente accade in Gran Bretagna, Danimarca e Finlandia, ma sempre più spesso anche in Slovacchia, Austria, Ungheria e Repubblica Ceca, questo può alimentare la volontà di indire referendum sull’uscita dall’Unione. Vista l’insufficiente identità europea, la grande eterogeneità politica e sociale nell’Unione e l’incremento dello sciovinismo nazionale in tanti Stati membri, non è sorprendente che l’Ue abbia completamente fallito nel suo tentativo di far fronte congiuntamente alla crisi dei rifugiati. Un consenso fragile è stato raggiunto solo grazie all’abbandono della strategia di benvenuto e all’imposizione del modello “fortezza Europa”, con l’aiuto dell’accordo inumano firmato lo scorso marzo con la Turchia, che viola il diritto internazionale (per una critica di questa politica si veda l’appello lanciato dal gruppo “Costituire nuovamente l’Europa!” dell’aprile 2016). Così è il concetto di rinazionalizzazione ad avere sempre più successo. Imporre una tale politica porterebbe l’Europa a una nuova fase di grandi crisi economiche e politiche. A questo riguardo, le conseguenze della decisione del Regno Unito possono essere considerate solo un primo assaggio. Anche se va sottolineato che crisi di questo tipo possono rappresentare nel contempo un’opportunità: potrebbero diventare il catalizzatore per un salto in avanti verso un nuovo modello economico e sociale in Europa. È più facile risolvere i problemi strutturali dell’euro attraverso un governo economico, un pieno diritto di co-decisione del Parlamento europeo e una regolazione delle politiche sociali, retributive e fiscali in un’Europa fatta di un “nucleo di Stati membri” che non nell’Ue 28. È anche pensabile che in un tale Stato federale democratico e sociale basato su un nucleo di Stati membri il neoliberismo possa essere superato e che il patto fiscale e la politica di contenimento del debito pubblico possano essere sostituiti da una politica europea di crescita e occupazione. In una prospettiva del genere, la Brexit e altre possibili uscite risulterebbero meno spaventosi. (Klaus Busch, professore emerito di Studi europei all’Università di Osnabrück) LAVORO E DIRITTI a cura di www.rassegna.it