(di Rodolfo Ricci - foto accanto) - Le vicende delle ultime settimane con l’esplodere dei flussi migratori dalla Siria, che si aggiungono a quelli dall’Afganistan, Irak, Palestina e dall’Africa sub sahariana, in particolare da Eritrea, Somalia, Nigeria e altri paesi, impongono la necessità di un’analisi che si emancipi dalla penosa discussione politica nazionale (e internazionale) orientata dalla disinformazione di massa operata dalle centrali mediatiche. L’obiettivo di questa narrazione è che l’opinione pubblica occidentale si strutturi tra xenofobi e compassionevoli. E che non sia prevista una lettura alternativa che individui responsabilità, prospettive, vantaggi e svantaggi oggettivi per i paesi da cui si parte e in cui si arriva e per la condizione soggettiva delle masse di persone che si muovono nel loro duro percorso di inserimento nei nuovi contesti; questioni che non saranno superata in sé, con una modifica degli accordi di Dublino sull’asilo e con la distribuzione dei profughi tra i 28 paesi UE: questa è una questione importante, ma di breve termine, riguarda l’emergenza, ma non la risolve nei suoi tempi lunghi, che, come ammonisce quel grande pianificatore storico di catastrofi che è il Pentagono, dureranno almeno 20 anni. Un’altra distinzione interessante che serve alla strutturazione del depistaggio culturale in corso è quella tra profughi e migranti economici, cioè alla ricerca di lavoro o di condizioni di vita minimamente dignitosi. E’ una distinzione che fa riferimento a un diritto internazionale che contempla il diritto ad essere accolti allorchè si provenga da paesi con regimi totalitari o da contesti di conflitti e di guerra, ma non ncesariamente se si proviene da situazioni di desertificazione sociale ed economica indotte dagli attuali modelli di globalizzazione e di sviluppo fondati sul supersfruttamento dei territori. E un’ultima distinzione semantica da tener presente, è quella tra migrazioni e “libera mobilità” delle forze di lavoro, che, ovviamente, si applica, almeno per il momento, solo all’interno di singoli paesi o alle aree di libero scambio, come la UE. Ora, per chi conservi qualche capacità mnemonica, la crisi umanitaria che riguarda sia i profughi che i cosiddetti migranti economici, si trascina in realtà da ben oltre un decennio ed è il risultato di politiche che prevedevano, e prevedono, l’appropriazione e lo sfruttamento intensivo delle risorse di intere aree e paesi del sud del mondo: ove un paese o una serie di stati si fossero opposti a questo rinnovato ordine coloniale, magari ambendo ad un autonomo sviluppo, gli stessi avrebbero dovuto essere rimessi all’ ordine attraverso una serie di misure, l’ultima delle quali, in ordine di successione si chiama guerra. E’ ciò che è accaduto con le successive guerre all’Irak e alla Libia, con la parentesi Jugoslava, con l’innesco della guerra civile ormai quinquennale in Siria; esse riguardano, guarda caso, paesi che hanno tentato di resistere all’inclusione nella linea di comando NATO, che manifestavamo elevati standard di welfare e di equilibrio sociale, che si distinguevano per il loro approccio laico e multinazionale (il perfetto contrario del settarismo fondamentalista e del nazionalismo razziale che invece giustificò la guerra in Afghanistan dopo che i talebani non rispondevano più alle direttive progettate da Brezinsky in funzione antisovietica); paesi che insomma costituivano degli ostacoli alla penetrazione e all’affermazione definitiva della globalizzazione a guida USA, per i quali, come per ogni impero, è sopportabile – e incentivabile – la comunità tribale, ma non quella di entità statuali forti e sovrani. Poi vi sono i tanti paesi in cui le riforme strutturali suggerite e imposte da WTO, FMI e Banca Mondiale hanno prodotto, come ben ci racconta Stiglitz, la desertificazione economica e la destrutturazione sociale: è da questi paesi che si muovono centinaia di milioni di migranti economici. Le rotte di questi movimenti arrivano solo in minima parte in Europa o negli USA. Il grosso dei circa 250 milioni di migranti e dei 20 milioni di profughi, si muove, com’è ovvio che sia, nelle aree contigue ai paesi in gravissime situazioni di crisi o in guerra. Questi movimenti aggravano ulteriormente i precari equilibri locali e tendono a sfociare in conflitti alimentati dalle forniture di armi che procedono sempre da nord verso sud, come non si stanca di ricordarci Papa Bergoglio e che vedono Usa e paesi europei , ivi inclusa l’Italia, tra i maggiori produttori mondiali. Vi sono infine i movimenti, non così irrisori, che avvengono nelle grandi aree di libero scambio, come i paesi NAFTA (dal Messico verso Usa e Canada) e la UE (dai paesi del sud Europa, verso quelli del nord). Solo in quest’ultimo caso, si parla, impropriamente, di libera mobilità delle forze di lavoro (salvo la minacciata sospensione a più riprese dei trattati di Schengen e i muri o le cortine fisiche o legislative che si innalzano a ripetizione, fino alle espulsioni quando si ritiene che i migranti interni pesino troppo sui sistemi di welfare locali: vedi Belgio e Germania e forse tra un pò la Gran Bretagna), analogamente a quanto avviene all’interno di singoli paesi grandi o piccoli, che registrano movimenti consistenti tra aree più o meno sviluppate, come tra il meridione e il nord Italia; una casistica in piena ripresa che ha portato oltre 1,6 milioni di persone, dal sud verso il centro-nord negli ultimi 10 anni. Un altra crescente causa dei movimenti migratori, apparentemente indipendente da fattori umani, è costituito dai mutamenti climatici. Anche in questo caso appare evidente l’influsso di un modello di sviluppo e di globalizzazione fondato sullo sfruttamento intensivo delle risorse, sulle emissioni nocive, sul consumo sfrenato, sull’orientamento mercantilista all’export rispetto allo sviluppo dei mercati interni, ecc. In ognuno dei casi illustrati, le responsabilità dell’occidente neoliberista, della sua ideologia, diffusa ormai anche a oriente, dei suoi piani geo-strategici di dominio, sono chiarissime. I flussi migratori si muovono tendenzialmente in direzione contraria e opposta ai flussi di export e di armi, alla rincorsa dei movimenti di capitale e del flusso di risorse naturali, in misura proporzionale alla loro capacità e possibilità tecnologica di seguirli: solo una parte minima, al momento, è in grado di avvicinarsi al cuore del sistema a prezzo di tragedie umane raccapriccianti, ma ciò che noi vediamo è solo la punta dell’iceberg. Ben altre tragedie, collocate lungo le stesse direttrici, ma a maggior distanza, ci sono ignote o sono solo deducibili. E allo stesso tempo, a causa del massaggio unilaterale dei media, ci sono ignote anche dimensioni che invece sono vicinissime: ad esempio le migrazioni interne all’area UE, fin dall’inizio della crisi del 2007-2008, si sono sviluppate in modo rapidissimo, fino a raggiungere i livelli registratesi alla fine degli anni ’60. Tra i maggiori erogatori di migranti economici al nord Europa, insieme ai paesi dell’est europeo, ai relativamente pochi africani, asiatici e medio-orientali, vi sono oggi spagnoli, italiani, portoghesi, greci. I quali hanno recuperato, insieme agli irlandesi e agli ex-jugoslavi, anche le tradizionali rotte atlantiche (nord e sud America) e quelle verso l’Australia. Solo di italiani, stando a stime ormai condivise, se ne stanno andando tra i 250 e i 300.000 all’anno. Una cifra ragguardevole se si pensa che la nostra “emergenza immigrazione” ha riguardato circa 120.000 arrivi di profughi nel corso del 2014. In questo caso, le ragioni di questi flussi nostrani sono legate alla crisi interna alla EU e alla concentrazione di capitali verso il nucleo duro dell’Europa a discapito dei paesi periferici. Allo spread sui titoli pubblici, si aggiunge così uno spread demografico (e di risorse umane) che non può far altro che aggravare i differenziali tra centro e periferia UE e posizionare il nostro paese nelle aree basse della divisione del lavoro, con tutto ciò che ne consegue, come ben illustrato dal recente rapporto Svimez. Vale la pena ricordare che l’accaparramento di risorse umane a cui si sta assistendo (con la Germania e satelliti capofila in Europa e con molti altri importanti paesi interessati a fungere da idrovore di forza lavoro specializzata e acculturata: Canada, Australia, ma anche Brasile, ecc.) avviene, a differenza che negli anni ’60, in un momento di grave crisi economica e anche demografica e senza alcuna programmazione bilaterale; quella multilaterale, si chiama appunto, libera circolazione, ma va comunque e sempre da sud verso nord. Quello della crisi demografica è un dato molto sensibile che giustifica anche le reazioni politiche e dell’opinione pubblica che si registrano in occidente e, per un altro verso, quella, molto interessata, degli ambienti economico-imprenditoriali. E’ una delle ragioni per cui la reazione di alcuni governi (più compassionevoli) si distingue da quella di altri (più xenofobi); l’interesse dei tedeschi per i siriani, non è una novità dell’ultim’ora. Il cuore mercantilista dell’Europa deve tamponare un riduzione demografica di oltre 10 milioni di persone da ora al 2040-2050. Nel 2012, sono entrati in Germania 1.081.000 immigrati, una cifra che è la maggiore dalla fine della seconda guerra mondiale, a parte gli anni della caduta del muro, quando fu superata per l’arrivo di uebersiedler ed aussiedler, cioè degli oriundi tedeschi che vivevano oltre cortina. La Germania sa, e lo dice, che per mantenere integro il suo potenziale produttivo ha bisogno di saldare il deficit demografico. Come non costituisce una assoluta novità l’atteggiamento infastidito della Gran Bretagna verso la crescente mobilità intereuropea che ha portato recentemente Cameron a ipotizzare la sospensione degli ingressi sia di extracomunitari che di intracomunitari “se non hanno un lavoro” (57.600 solo gli italiani arrivati qui da marzo 2014 al marzo 2015), stabilendo un limite proporzionale alla disponibilità di impiego, per l’ingresso di persone in un paese da tempo deindustrializzato e pienamente terziarizzato, ma ormai saturo, nonché devoluto agli interessi della City, che per ben operare necessita di una certa tranquillità interna… Certamente dentro la grande confusione causata dagli effetti sociali della crisi, molte reazioni sono di natura tattica o vertenziale con la UE, come la chiusura dei confini dell’Ungheria di Orban (che a rigore sarebbe solo un territorio di transito) o di altri paesi dell’est europeo, in modo da rassicurare le rispettive opinioni pubbliche e da rafforzare l’approccio identitario, mentre gli stessi paesi vivono notevoli flussi emigratori (in particolare la Polonia e la Romania). Ma non si può dire che essi non abbiano buon gioco nell’affermare che l’arrivo dei profughi attuali è stato causato dalle decisioni autonome di alcune potenze dell’Europa occidentale che senza chiedere il loro parere hanno proceduto ad azioni di guerra unilaterali (Francia e Gran Bretagna in primis, con il nostro consueto benestare o ignavia). Tornando all’Italia, appare molto singolare che il dibattito sull’immigrazione non contempli, se non in modo marginale, la storia migratoria di questo paese, ma soprattutto che ignori l’attuale, parallelo ritorno di una nuova emigrazione: potrebbe essere, secondo logica, un ottimo argomento di contrasto delle posizioni xenofobe, ma in verità il problema è che aprirebbe un pericoloso versante di discussione sul declino del paese e dunque sul fallimento, oggettivo, delle sue classi dirigenti passate ed attuali che non sono in grado di valorizzare il proprio capitale umano. Oltre ad una conferma inequivocabile, difficilmente occultabile, dei disequilibri interni alla UE che allo stato dei fatti, appaiono insanabili. Infatti, come non è pensabile una soluzione dell’emergenza immigratoria soltanto con buone politiche di accoglienza e di integrazione, ma intervenendo sulle cause profonde del fenomeno – il che implicherebbe politiche di cooperazione bilaterali e multilaterali adeguate, che, in fin dei conti, dovrebbero mettere in discussione l’attuale modello di globalizzazione e inaugurare un protagonismo in politica estera sganciato dagli interessi di Usa, o Francia e Gran Bretagna -, così non è possibile pensare ad un corretto approccio verso la mobilità inter-europea se non viene sciolta la questione del differenziale di produttività e quindi di un riequilibrio tra la Germania e i paesi del sud Europa, cosa che mette inevitabilmente in discussione i trattati e l’Euro. Nella discussione sulle migrazioni vi è quindi da essere accorti: il fenomeno migratorio costituisce la cartina di tornasole o la prova del nove della stabilità del sistema; in questo caso costituisce la conferma della sua pericolosa instabilità e di un ampio disordine globale. Un disordine cha ha nomi e cognomi. Che andrebbero sempre ricordati, mentre l’unico a farlo con costanza e utile approccio pedagogico, sembra essere sempre, e solo, Papa Francesco. Rispetto a ciò, le letture compassionevoli, come, all’opposto, quelle xenofobe o quelle secondo cui i flussi migratori costituirebbero una strategia di destabilizzazione dell’Europa da parte degli USA, sono accomunate da una sindrome di spostamento del problema e delle responsabilità. Allo stesso tempo, non è infondato sostenere che le migrazioni vengano usate sul piano economico per contenere il costo del lavoro, attraverso una sorta di importazione di pezzi di terzo mondo all’interno dei confini nazionali; o sul piano politico per strutturare dinamiche di conflitti tra poveri, in particolare tra le classi medie impoverite dalla crisi e le nuove etnie – analogamente a quanto fanno molti compassionevoli quando tentano di mettere in conflitto le vecchie e le nuove generazioni del paese per approdare alla “modernità” e distruggere i residui di welfare -. E’ anche un argomento condivisibile che vi sia bisogno di gestire in modo attento gli ingressi per evitare situazioni esplosive, a partire dalla distribuzione degli immigrati sul territorio e nelle città, cosa che non può essere riservata esclusivamente alle periferie… Ma bisogna che sia chiaro che non stiamo parlando di un epifenomeno, ma del centro stesso delle contraddizioni sistemiche, rispetto alle quali un nuovo equilibrio può essere raggiungo solo attraverso un riequilibrio delle ragioni di scambio tra nord e sud o, se si vuole, con il superamento dell’attuale disordine globale magari attraverso un equilibrio policentrico tra Occidente e Brics – che non può escludere l’Africa – e attraverso un nuovo equilibrio all’interno dell’Europa. Una cosa un pò diversa dell'”aiutarli a casa loro”. A questo proposito, è opportuno ricordare che l’evoluzione dei movimenti migratori ha registrato negli ultimi anni una novità interessante: l’unica area del sud del mondo che ha visto ridursi il flusso emigratorio è il Sud America. Anzi, i dati indicano un ritorno consistente di ex emigrati dal nord America o dall’Europa, compresi flussi importanti di sud europei che eleggono il sub continente a nuova terra promessa. Anche se, in quest’area, vi sono correnti di migrazioni interne verso Argentina, Brasile e Venezuela da paesi come la Bolivia, il Perù o la Colombia. Ciò vuol dire che l’evoluzione politica del sub-continente nel suo complesso, e di alcuni paesi in particolare, pur tra alti e bassi e con le continue interferenze USA, è positivo e solidale. Un’ indicazione spesso ignorata da buona parte della sinistra europea. Se infine consideriamo, dal punto di vista italiano, che a fronte di circa 5 milioni di immigrati, l’Italia conta 4,5 milioni di emigrati nel mondo, più un buon altro milioni di espatriati negli ultimi 7 anni (in crescita di almeno 2-3 centinaia di migliaia all’anno), la questione andrebbe vista e affrontata in modi originali: siamo pienamente dentro il circuito migratorio in quanto paese che al tempo stesso acquisisce e produce migranti (come ci ricordano da tempo Enrico Pugliese e Francesco Calvanese); cioè non siamo tra gli anelli apicali della catena, non facciamo parte dell’elite di paesi che assorbe e basta. Al di là della penosa discussione tra xenofobi e compassionevoli, avremmo dunque una chance: quella di trasformare emigrazione e immigrazione in una risorsa sociale e politica (oltre che economica), orientando, nella misura del possibile, ingressi e uscite. Gli ingressi, oltre che per il sostegno al nostro sistema previdenziale e per il contributo attuale al Pil, come risorsa di cooperazione con i paesi di origine – tutta da sviluppare in particolare con le nuove generazioni -, e le uscite, altrettanto; possibilmente, in questo secondo caso, facendo in modo di non regalare i nostri giovani a media-alta scolarizzazione ai paesi concorrenti, ma piuttosto orientando questi flussi attraverso opportuni accordi bilaterali, verso i paesi che possono costituire i nostri partner strategici del futuro, cioè i paesi emergenti o in via di sviluppo, in particolare quelli del Mediterraneo e dell’America Latina. Cercasi insomma una seria e intelligente politica di accoglienza e di integrazione e un’altrettanto mirata politica di accompagnamento della nuova emigrazione. Politica che, fino a prova contraria, non necessita di lasciapassare esterni. Certamente necessita di risorse: una buona occasione per ricontrattare i parametri per i prossimi decenni, non tanto e solo per l’emergenza, ma per la trasformazione della questione delle migrazioni da grave problema a grande opportunità. Se ciò non fosse possibile, dovremo, nostro malgrado, farlo da soli.