Palermo, moti rivoluzionari del 1820 - Vivere da inquilino in quel palazzo splendido che era stato orgoglio del suo casato, questo è stato il, destino di Emmanuelle Requesens, principe di Pantelleria, uno dei nobili più importanti dell’aristocrazia siciliana, personaggio ch’ebbe una parte non secondaria nella storia del Risorgimento siciliano.

Tutto iniziò quando, avendo egli partecipato alla rivoluzione del 1820, dovette lasciare Palermo per sfuggire la vendetta borbonica. Come tanti altri oppositori della dinastia meridionale, rifugio e asilo lo trovò in quella Parigi che da qualche decennio era il luogo dove si addensavano fermenti rivoluzionari e libertari. Diversamente da molti suoi compagni di casta che del soggiorno parigino avevano apprezzato il clima di rilassatezza dei costumi, Emmanuelle si lasciò invece coinvolgere ancor di più dal contesto politico abbracciando la fede rivoluzionaria fino alle estreme conseguenze. Fu così che si convinse, pur mantenendo fede al proprio rango, che fosse necessario compiere atti rivoluzionari veri e lo fece condividendo le sue estese proprietà con chi le aveva fino ad allora lavorate senza ricavarne se non un misero sostentamento. Così dilapidò in breve tempo il suo immenso patrimonio fino a che dovette fare i conti con la cruda realtà della vita. Ben presto, quanto aveva fatto l’orgoglio della sua stirpe, gli venne sottratto e Palazzo Palagonia, sontuosa dimora del principe, insieme a villa Requesens vennero messi all’asta per pagare la montagna di debiti che aveva accumulato. Proprio palazzo Palagonia che era stato ristrutturato nel ‘700, passava allora nelle mani del commerciante Francesco Varvaro Querola che lo avrebbe utilizzato come propria lussuosa abitazione ma anche come sede della sua lucrosa attività commerciale. Il principe non restava altro che lasciare il palazzo e, con le poche risorse di cui disponeva, trovare una dimora adeguata al suo nuovo status per “tirare a campare”. Ma l’epilogo della storia del principe, per una casuale e fortunata coincidenza, ebbe una diversa scrittura. Sebbene valesse allora, come oggi, la tristezza del “nemo propheta in patria” qualcuno non dimenticò l’impegno di quell’uomo d’azione, ribelle rivoluzionario che aveva speso la sua vita per tanto nobili ideali. Non lo dimenticò, infatti, il Varvaro che decise di assegnare un’ala del palazzo che aveva appena acquistato, quella più cara al principe, proprio al Requesens perché continuasse ad abitarla vita natural durante. E così il principe, ieri padrone di lì in poi ospite, si trovò a vivere in quelle stanze una condizione schizofrenica, una sorta di recita, comportandosi negli anni che gli restarono da vivere, come se fosse stato ancora il proprietario di quel palazzo e il datore di lavoro di quella servitù che, negli anni precedenti, aveva provveduto alle necessità sue e della sua famiglia. Bisogna ricordare che, pur vivendo quella non simpatica condizione, il Requesens non aveva perso autorevolezza, tant’è che trovava grande rispetto e considerazione fra i membri della sua classe che, in passato, gli avevano rimproverato la sua “folle prodigalità”. Emmanuelle Requesens, principe di Pantelleria, fu tra i primi ad aderire al moto rivoluzionario del ’48 e nel governo rivoluzionario venne gratificato della carica di ministro della guerra, un incarico che assolse con diligenza fino a quando, due mesi dopo, il 24 marzo 1848, giorno antecedente l’apertura del ristabilito Parlamento siciliano, morte lo colse. A ricordo di quell’uomo, sopra il portone di quello che era stato il suo palazzo, venne posta una lapide che, con lo stile enfatico del tempo, ne richiamò le virtù eroiche ma anche il dispiacere per non avere potuto partecipare alla seduta inaugurale di quel Parlamento per il quale si era battuto e che era stato “muto da trent’anni per tracotanza di re spergiuri” (Pasquale Hamel)