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COSTO DELLA POLITICA: IL FINANZIAMENTO PUBBLICO DEI PARTITI PDF Stampa E-mail
Scritto da redazione   
Giovedì 09 Febbraio 2012 10:33

(SA) - Il caso Lusi, l’ex amministratore della Margherita, riapre tutta la problematica connessa al finanziamento pubblico dei partiti ed all’uso che se ne fa del denaro ad essi attribuito. Non vogliamo certo demonizzare il fatto che la politica ha i suoi costi, che sono da annoverare ai costi della democrazia, ma una maggiore trasparenza e maggiori regole, certamente non guasterebbero, come non guasterebbe un politica incisiva che portasse davvero alla razionalizzazione di questi costi.

Ma vediamo di dare uno sguardo retrospettivo al problema. Il finanziamento pubblico dei partiti vede la luce nel 1974, quando con la legge n° 195/74, detta anche legge Piccoli, in base alla quale, ai partiti andava una certa somma per affrontare le loro spese di gestione. In quella occasione venne anche introdotta la pubblicità dei bilanci. Nel giugno del 1968, i radicali promossero un referendum contro la legge 195, ma con esisto negativo, poiché i SI all’abolizione della legge arrivarono solo al 43,6%. Nel 1981, con la legge n° 659, si introdusse il divieto per i partiti di ricevere finanziamenti da pubbliche amministrazioni e da enti pubblici o a partecipazione pubblica. Collateralmente, parte una grande campagna da parte della sinistra di moralizzazione della vita pubblica, di invito all’austerità ed alla trasparenza. Alcuni partiti interrompono rapporti commerciali fino ad allora intrattenuti con strutture cooperative, con import export ecc. Nel 1993, i radicali tornano all’attacco e promuovono un nuovo referendum, che questa volta raccoglie il 90,3% dei consensi e viene annullata la legge in vigore. In contemporanea, i partiti corrono ai ripari ed introducono subito, nello stesso 1993, una nuova legge che non parla più di finanziamento pubblico dei partiti, ma di rimborsi elettorali, legge che viene aggiornata nel marzo del 1994. Nel 1997 viene introdotta la norma che consentiva di destinare ai partiti il 4 pel mille delle tasse, mentre con la legge n° 2/97 il rimborso elettorale veniva quantificato in € 5 per ogni voto preso alle elezioni politiche dai singoli partiti che concorrevano. Una bella norma davvero, in barba a mani pilite che intanto era scoppiata mettendo sotto accusa i partiti, le tangenti, il sistema di finanziamento occulto che si era nel frattempo instaurato. Tornado alla sostanza, vogliamo ripetere che siamo convinti che la politica abbia un costo e deve averlo se si vuole mantenere una democrazia ed un sistema che svincoli i partiti da finanziamenti sospetti o da sistemi poco puliti. Questo però non significa che queste somme vengano corrisposte senza che nessuno ne chieda ragione o peggio ancora, come vuole dimostrare la vicenda della Margherita, senza che nessuno, nemmeno gli stessi partiti verifichino quali strade imbocchino queste soldi, che provengono, vale la pena ricordare, dalle tasse dei contribuenti italiani. Come mai, ad esempio nessuno si è accorto del fatto che Lusi sottraeva la considerevole somma di 13 milioni di euro? Chi deve controllare la correttezza del fatto che la lega di Bossi investe i rimvorsi elettorali in Tanzania o in altri paesi? Come mai non c’è più l’obbligo della pubblicità dei bilanci? Come mai a partiti che non esistono più pare si continui a corrispondere i rimborsi elettorali? Sono tutti interrogativi che la gente si pone, specialmente in questi tempi di austerità in cui si taglia su tutto, ma pare resti difficile tagliare i costi della politica, che non deve servire solo per mettere in difficoltà i partiti, strumenti insostituibili di pluralismo e democrazia, ma deve servire a razionalizzare la spesa cercando di renderla produttiva, dove per produttività significhi aumentare i livelli della democrazia. I tempi ormai sono maturi per pervenire a delle riforme che razionalizzino tutto il settore, in modo da ridare fiducia nella politica alle grande massa di italiani che si allontana da essa con un senso di intolleranza, di insofferenza, e sempre più spesso anche di schifo. Se i partiti debbono essere messi in condizioni di operare, allora a queste condizioni lecite, vanno affiancate regole certe e trasparenti alla portata della comprensione di tutti i cittadini e dei giovani che rifuggono dalla politica come se si trattasse di una cosa immonda.