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Dovessero trovare conferma i sospetti del senatore Gianpiero D’Alia, sarebbe una svolta epocale: si guadagna una montagna di quattrini grazie all’abiura di un’opera pubblica, il Ponte sullo Stretto. Sono stati spesi 250 milioni per realizzarlo, dal concorso di idee agli esami di fattibilità fino al progetto finale e la cantierizzazione, ma per metterci una pietra sopra, non farne più niente, lo Stato dovrà sborsare 800 milioni di euro.
A chi? A coloro che hanno partecipato alle gare e si sono impegnati a realizzare il Ponte sullo Stretto. Sono aziende private che hanno tirato fuori dei quattrini, ma che potrebbero ricevere una bolla somma di denaro senza doversi scomodare ulteriormente grazie alle penali previste dai contratti. Gianpiero D’Alia è convinto che gatta ci cova e che siano stati firmati contratti quando già si era a conoscenza che l’opera non sarebbe stata più finanziata. Perciò spara alzo zero contro quella che chiama “la cricca del Ponte”, che ha curato il passo avanti e la marcia indietro. Accuse gravissime che il senatore ha affidato alcuni giorni or sono a Danila La Torre di Tempostretto, che le ha diffuse. Nessuna reazione, osserva, indignato Sergio Rizzo, raccontando l’affaire su Corriere Economia di lunedì, 6 febbraio. “Dopo una mitragliata del genere, osserva Rizzo, ti aspetteresti almeno qualche polemica. Magari pure che un magistrato si faccia qualche domanda. Invece nulla, niente di niente” E ricorda, ancora Rizzo, che lo stesso “rumoroso” silenzio è stato riservato alla decisione del Cipe che nei giorni scorsi “ha provveduto a dirottare verso altre opere quasi 1,8 miliardi di euro destinati a far partire il Ponte”. I rilievi di D’Alia e del giornalista del Corriere non riguardano la bontà della grande opera. Si può non ritenerla utile o, al contrario, giudicarla di estrema importanza per i trasporti, non cambia niente. La questione sollevata riguarda il presunto intrigo che c’è dietro la marcia indietro. Torniamo a Gianpiero D’Alia e ai suoi sospetti verso la “cricca del Ponte”, che inaugurerebbe l’era dei guadagni facili attraverso i ripensamenti, metodo di gran lunga più lucroso dei famosi movimenti di terra, la madre di tutte le tangenti. “Quello che interessa ai signori del Ponte, sostiene il senatore, non è fare il Ponte ma è fregarsi la penale”. E avverte: “L’opera non è stata de finanziata da Mario Monti, ma regnante Silvio Berlusconi”. Sergio Rizzo, correttamente, ricorda le tappe che hanno portato alla realizzazione, a partire dal 2001 quando viene inserita nella legge obiettivo. “Pochi mesi prima della fine del mandato, sottolinea Rizzo, quando si è praticamente certi dell’arrivo del centrosinistra che tuona contro il Ponte, il precedente governo Berlusconi stipula il contratto con il general contractor Eurolink, pensando così di legare le mani ai successori”. Ma le cose andarono diversamente. Romano Prodi e Antonio Di Pietro dirottarono i finanziamenti verso opere pubbliche in Calabria e Sicilia. Quando torna il cavalieri, il Ponte vive la sua seconda vita: espropri, cantieri, opere di servizio, perfino qualche maldestra prima pietra. Tutti pensano: è fatta ormai. “Finchè, ricorda ancora Rizzo, un bel giorno d’ottobre piove in parlamento una mozione dei dipietristi che impegna il governo, testualmente “alla soppressione dei finanziamenti per la realizzazione del Ponte sullo Stretto”. E qui arriva la sorpresa: il centrodestra si astiene o vota a favore della mozione, che ottiene così 284 voti ed uno solo contrario. Non solo, il sottosegretario Aurelio Misiti, fresco di nomina berlusconiana, che rappresenta il governo, approva la mozione e la fa sua, a nome del governo. Nei giorni successivi, Misiti viene “crocifisso”. Tutta la responsabilità sarebbe sua. Ma è proprio così? A favore della soppressione, insieme a Misiti, ha votato mezzo governo, ivi comprese le autorevoli Ministre Gelmini e Brambilla, i sottosegretari Laura Ravetto, Stefano Saglia e Guido Crosetto, nonché il potentissimo coordinatore nazionale Pdl, Denis Verdini, finito sulle cronache – magari a torto - per le inchieste sulla cricca dei grand commis. Difficile, a giudicare dei nomi, tutta gente capace di intendere e volere, fare passare la storiella, accreditata nei giorni seguenti, di un equivoco, un errore procedurale e altre frescacce. Gianpiero D’Alia ha esaminato tutti i passaggi ed è persuaso che niente sia avvenuto a caso. La qualcosa non significa ovviamente che tutti coloro che hanno votato a favore della mozione dipietrista facciano parte della cricca, ci mancherebbe, ma che gli addetti ai lavori, quanti erano a conoscenza degli orientamenti europei negativi sull’asse Berlino-Palermo avrebbero dovuto essere più cauti nel mettere nero su bianco. Il senatore aspetta di essere rassicurato, per intanto segue passo dopo passo la sorte degli 800 milioni di euro per sapere in quali tasche vanno a finire. (fonte: siciliainformazioni) |