Che nella politica spesso spiccano contraddizioni di ogni tipo è ormai cosa comune, che si riscontra tutti i giorni. Apprendiamo per esempio, che il presidente Musumeci nella sua recente visita in America, alla fine ha dichiarato

: “Sono rimasto piacevolmente sorpreso dal calore umano con cui mi ha accolto la comunità siculo-americana... Una terra come la nostra che ha subito 15 dominazioni ci ha indotti a essere fatalisti. Ed è uno de più grandi ostacoli da superare quello della rassegnazione perché per cambiare la Sicilia occorre che cambino innanzitutto i siciliani... Il nostro obiettivo è quello di fare della centralità geografica della Sicilia nel bacino Mediterraneo, una centralità economica e culturale” (da AISE). Era necessario andare in America per scoprire il calore umano che si respira in emigrazione? Forse che il presidente, che in altri tempi quando era presidente ella Provincia di Catania ha avuto modo di entrare in contatto con questo mondo non ricordava più questo calore, questo amore che l’emigrato conserva e rafforza sempre verso la sua terra d’origine? Siamo fatalisti ed occorre cambiare i siciliani dice ancora il presidente per poi annunciare l’obiettivo di mettere a frutto la centralità geografica dell’Isola per trasformarla in una centralità economica e culturale. Obiettivi lodevoli, ma non sono i siciliani che debbono essere cambiati, ma il modo di gestire la politica e la cosa pubblica in Sicilia. Non sono certo fatalisti gli emigrati, che hanno affrontato con coraggio difficoltà di ogni tipo incontrati sulla via dell’emigrazione. Non sono stati fatalisti i tanti servitori dello Stato che si sono immolati sull’altare della legalità e della democrazia, per combattere la mafia ed il malaffare, la corruzione e la cattiva amministrazione. Non è certo frutto del fatalismo se la Sicilia è la regione che vanta il maggio numero di opere incomplete, il progressivo depauperamento de territorio che in buona parte resta privo di infrastrutture e di investimenti pubblici per incentivare anche gli investimenti privati. E non certo fatalismo quello continuamente messo in campo dalle associazioni siciliane dell’emigrazione, che da anni cercano di contrastare la decisione dei vari governi da Lombardo ad oggi, che hanno ridotto progressivamente l’attenzione verso i siciliani all’estero fino a cancellarla completamente dai bilanci della regione. Non è certo fatalismo la continua ricerca fatta da associazioni e parlamentari siciliani eletti all’estero di entrare in contatto con i governi siciliani senza ottenere ad oggi nessun esito. Quello dei governi si può definire fatalismo, visto che hanno trascurato l’immensa risorsa che rappresentano gli emigrati, per cercare di costruire contatti che alla fine non funzionano o funzionano male ed attraverso i quali si raggiunge solo l’obiettivo di vanificare mezzo secolo mdi lavoro delle associazioni, che ancora non si rassegnano a molare, sperando in tempi migliori. Non sono i siciliani che debbono cambiare, ma la politica nel suo complesso che con la sua estemporaneità è in continuo divenire, senza punti fermi di riferimento che durino nel tempo, facendo pagare ai siciliani ed agli italiani la scomparsa dei partiti organizzati soppiantati da movimenti figli della cattiva politica, dello scontento dei cittadini, dell’emotività del momento che genera protesta a volte negativa che rischia di riportare indietro tutto l’impianto democratico costato tanti sacrifici e tanto sangue. Ricordiamo quindi a noi stesso, otre che alla politica: l’emigrazione è una grande risorsa che tanto ha fatto in passato per la rinascita dell’Italia e delle sue regioni e che ancora tanto può fare. Solo che occorre abbandonare il fatalismo ed operare, offrire infrastrutture, attenzione verso gli emigrati, sicurezza a chi si vuole scommettere investendo in Sicilia, legalità e lotta alla corruzione. Occorre che su questo terreno il movimento associativo tutto, ha dato un grande contributo e può ancora darne se solo si torna a riconoscerne il ruolo avuto e quello che possono ancora avere nel rafforzare legami, amore per le origini e, perché no, incoraggiare la canalizzazione di investimenti verso la Sicilia ed apertura di mercati verso l’estero dove abbondano le nostre comunità e dove aumenta il desiderio di pensare, mangiare, vivere italiano. Salvatore Augello 06 febbraio 2020