Ho avuto l‘onore, il privilegio e il piacere di leggere, qualche anno fa, di fronte ad un pubblico abbastanza numeroso, un brano di questo singolare autore e della sua più singolare opera: Terra Matta. l brano (non incluso nel docu-film che mi è pervenuto) parla di una delle tante espe- rienze della fanciullezza di Vincenzo Rabito:

“LA VENDEMMIA”, anzi “LA VENTEMMIA” come dice Rabito. Fin dalla prima lettura ne sono stato affascinato e mi ha dato subito la senzazione di ascoltare più che leggere uno dei tanti racconti di mio nonno che stuzzicavano e stimolavano sempre più, fino al paradosso, la mia curiosità infantile. Il fatto che Vincenzo Rabito sia stato analfabe- ta è solo un fatto di situazione storica e di indigenza familiare, ma ciò non toglie nulla al suo carisma, all’innata capacità narrati- va e alla sua ferrea forza di volontà, “Io ero picolo ma ero pieno di coraggio” . Siamo di fronte ad un uomo che non è andato a scuola non per sua scelta ma perchè “I tempe eri- no miserabile” e non c’era stato nessuno che gli avesse insegnato a leggere e a scrivere. Non è di tutti chiudersi in un soffitto a chiave per sette a n- ni, lottando contro il suo analfabetismo e con l a forza espressiva di un linguaggio tutto suo, misto di italiano e siciliano, con la voglia e un bisogno di raccontarsi e raccontare, scrivere su una vecchia olivetti, un diario letterario e storico di 1027 pa gine a interlinea e margini (superiore, inferiore e late ra- le) zero. Un’opera mastodontica e probabilmte ( a detta dei curatori) ” la più straordianaria tra gli scritti popolari che siano mai apparsi in Italia fi no ad oggi”. Questo naturalmente secondo il dattiloscritto uffi- ciale conservato presso la Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR). Ma per rendere L’opera di Rabito ancora più monu- mentale, in una amichevole intervista con Giovan- ni, il figlio minore di Vincenzo, (residente in Au- stralia) mi è stato confermato, in una forma asso- lutamente confidenziale, l’esistenza di una secon- da parte di Terra matta. Si tratta di un secondo dattiloscritto inedito di oltre ulteriori 1000 pag ine, (ancora in via di decifrazione) della riscrittura d el testo originario con l’aggiunta di dettagli, commen - ti, precisazioni e descrizioni del primo racconto, con l’aggiunta di notizie e avvenimenti familia- ri (tipo diario vero e proprio) fi- no a qualche giorno prima della sua morte avvenuta nel 1981. A questo punto non posso fare a meno di immaginarmi Vin- cenzo Rabito nella sua duplice veste di “Cunta-storie”, ormai assodato, e in quella di figura carismatica del nonno. È lo stesso Vincenzo che ci fa intra- vedere questo suo innato biso- gno di raccontare con una sua frase tra una pausa e l’altra di un pe- sante bombardamento durante la prima guerra mondiale ,”Mi piacesse di essere ferito così alla fine contasse tante cose di guerra”. Come Cunta-storie ormai assodato me lo immagino di fronte ad un carretto si- ciliano a descrivere le varie fasi del suo racconto con immagini dipinte a colori vivaci quasi reali sullo stesso carretto precursore della rasegna stampa moder- na :- la fame ormai proverbiale dei con- tadini del sud. “ e dovemmo stare per forza non inalfabeto solo, ma magare molte di fame”;- le trincee della prima guerra mondiale; ” buttanto bombe in quelle trencieie come le diavole, cha han- no fatto una carneficina”; - le bombe del- la seconda; - il “rofianiccio” del Venten- nio; - il castigo di Dio di una maligna e cattiva suocera. Come nonno sentimen- tale lo vedo circondato dai nipotini a cui cerca di raccontare e far capire che l’im- provviso benessere della “ Bella ebica” del boom economico fu preceduto dalla “bruta vita che io faceva”. Qui parliamo del colmo di un analfabeta, di un illetterato che grazie alla sua cocciutaggine e determinazione ha voluto tramandare ai po- steri un’opera di indiscusso valore letterario ufficialmente riconosciuto. Riconoscimento oltre tutto ben meritato in quanto Vincenzo Rabito, ha uno stile tutto suo, una struttura scheletrica, se vogliamo, ma incisiva e accat- tivante. La costruzione del periodo e lo svilup- po delle frasi partono da delle premesse che portano a delle conseguenze come una logica filosofica attraverso l’uso frequente di avverbi e congiunzioni come “ Quindi (che il Rabito di- ce Quinte) e così. Il suo linguaggio è senza dubbio unico, nudo ma vestito ed arricchito di una semplicità nar- rativa che ci riporta indietro nel tempo quan- do dopo il desinare ci si riuniva attorno al fo- colare domestico e il capo famiglia incomincia- va “ U cuntu ” il racconto. Non solo ma la de- scrizione di fatti, di stati d’animo e di situazio- ni danno una visione tridimensionale di più di mezzo secolo; di uno spaccato di storia e di vita sociale italiana del ‘900. Tutto questo lo associa, permettetemi l’ardire, ad alcuni dei suoi compatrioti esponenti principali del veri- smo italiano: Giovanni Verga e Luigi Capuana SANTO CRISAFULLI