L’idea di “ri-costruzione” ci riporta indietro di settantacinque anni, quando l’Italia provava a rialzarsi dalle macerie, morali ed economiche, dell’ultima grande guerra. Anche la lotta al Covid19, con le sue vittime e il suo drammatico impatto sull’economia, ha preso le sembianze di una vera e propria guerra mondiale.

Negli Stati Uniti le vittime del virus hanno già superato il totale dei civili e militari morti nel corso di tutta la seconda guerra mondiale; in Italia nel corso del solo 2020 il totale dei decessi è stato il più alto mai registrato dal dopoguerra ad oggi. Numeri impressionanti che da soli ci danno un’idea delle dimensioni del fenomeno. A una tragedia di tali dimensioni non si può che rispondere con uno sforzo immane, pari solo a quello compiuto dall’Italia e dall’Europa all’indomani dell’ultimo grande conflitto. Oggi, come allora, non saranno sufficienti le nostre esclusive risorse ma un congiunto di azioni e di aiuti finanziari, ma anche di carattere economico e sociale. Se il “Recovery Fund” potrà essere il “Piano Marshall” 4.0, oggi come allora sarà determinante riuscire a coniugare i progetti finanziari con la voglia di riscatto del Paese, soprattutto delle giovani generazioni. Una prima emergenza ad essere aggredita dovrà essere la gravissima recessione demografica che da anni colpisce in maniera particolarmente acuta proprio l’Italia; emergenza che la pandemia ha ovviamente acuito e alla quale occorre rispondere con politiche adeguate tanto in materia di sostegno alle famiglie che di inclusione degli emigrati e degli immigrati. Con riferimento a quest’ultimo aspetto, cioè alle politiche migratorie, l’Italia dovrebbe avere il coraggio di investire su un vero e proprio “ius culturae universale” che inserisca nel circuito virtuoso della nostra economia sia le migliori energie esistenti all’interno delle recenti migrazioni verso il nostro Paese che quelle mai sufficientemente valorizzate delle nuove generazioni degli italiani all’estero. Agli automatismi e alla strumentale contrapposizione tra ‘ius sanguinis‘ e ‘ius soli‘ l’Italia dovrebbe rispondere rilanciando la proposta contenuta nel manifesto “italico” di Piero Bassetti, puntando cioè a quell’universo di 250 milioni di persone che in Italia e nel mondo fanno riferimento alle nostre radici come anche ai nostri valori e alla nostra cultura. Se negli anni successivi al dopoguerra furono le rimesse degli emigrati prima e il boom demografico poi ad incidere positivamente sulla bilancia dei pagamenti e sull’incremento del PIL, nell’Italia del post-pandemia le rimesse 4.0 potranno giungere attraverso un intelligente investimento sul “turismo delle radici” mentre all’inverno demografico si potrà rispondere con un lungimirante mix di politiche familiari da un lato e politiche migratorie dall’altro. Più in generale, la ri-costruzione dovrà fare leva su quei pochi ‘Asset’ che hanno costituito anche negli anni più recenti della perdurante crisi economica i punti di forza dell’economia italiana; il turismo, ovviamente, ma anche l’export che grazie alle nostre tante piccole e grandi eccellenze ha continuato ad essere un prezioso volàno che a cascata ha prodotto effetti positivi su tutto il territorio nazionale. Per rilanciare questo settore occorrerà puntare con più decisione sul soft-power costituito dalle nostre comunità d’affari all’estero, una rete che fa leva sulla storica e capillare presenza italiana nel mondo e che meriterebbe di essere sostenuta non con interventi a pioggia ma con progetti mirati e accompagnati da un serio monitoraggio. Una strategia che nella scorsa legislatura fu al centro di una riflessione approfondita e di un lavoro sinergico promosso dal Comitato per gli italiani nel mondo e la promozione del Sistema Paese della Camera dei Deputati in collaborazione con ASSOCAMERESTERO e che oggi andrebbe riproposta proprio nell’ottica della necessaria ri-costruzione del Paese nel post-pandemia. Anche il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel suo discorso di insediamento davanti al Parlamento ha evocato l’Italia del dopoguerra: “L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto – ha aggiunto – grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti”. E’ questa probabilmente la sfida più difficile: dare ai giovani italiani la speranza in un Paese migliore, fatto di nuove opportunità per tutti e di una crescita omogenea, costante e sostenibile dal nord al sud, senza dimenticare coloro che vivono fuori dai confini nazionali ma non hanno mai smesso di sentirsi italiani. Fabio Porta