di Andrea Vento - Come introduzione al progetto scolastico proposto dal Giga per formare gli studenti alle tematiche ambientali Il quadro generale della situazione ambientale, politica e dei movimenti sociali all’apertura della Cop 25.

Come introduzione al progetto scolastico proposto dal Giga per formare gli studenti alle tematiche ambientali La crisi del pianeta sta manifestando giorno per giorno il suo inesorabile incedere attraverso il manifestarsi di una molteplicità di effetti che disvelano agli occhi dell’umanità la gravità della situazione dell’ecosistema terrestre, il cui stato di crisi si sta pericolosamente avvicinando verso il punto di non ritorno (tipping point). La leadership politica internazionale, al di là di formali dichiarazioni e proclami di circostanza, sino ad oggi, ha minimizzato, se non ignorato, la gravità della situazione e salvo alcuni provvedimenti estemporanei, marginali e dalla scarsa efficacia, si è sostanzialmente astenuta dall’affrontare la situazione in modo strutturale e incisivo, evitando di prendere seriamente in esame le cause alla base della crisi climatico-ambientale, venendo così meno alla sua funzione istituzionale di guida delle comunità e di gestione del bene comune. Nel panorama dell’immobilismo mondiale, spicca ogni anno, la COP, la Conferenza sui cambiamenti climatici, una iniziativa promossa dall’Onu a livello governativo con lo scopo di valutare il processo di alterazione dell’atmosfera terrestre, di individuarne le cause e, una volta accertatane l’origine antropica dagli scienziati dell’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu), di indurre i leaders politici ad assumere impegni per contrastare le emissioni inquinanti, il riscaldamento globale e i mutamenti delle condizioni meteo-climatiche, con i loro devastanti effetti per il pianeta e per l’uomo. A tal proposito, di particolare rilevanza sono stati gli Accordi di Parigi, raggiunti alla COP 21 del 2015, e finalizzati al contenimento delle emissioni dei gas climalteranti e del riscaldamento atmosferico globale non oltre i 2 gradi (possibilmente 1,5°) entro la fine del secolo. L’accordo, pubblicizzato come risolutivo, aveva suscitato, nell’opinione pubblica mondiale speranze di poter mitigare il processo in atto, ma distanza di 4 anni, alla luce di alcuni suoi limiti strutturali, quali genericità degli impegni presi dai singoli stati e mancanza di controllo e sanzioni, sembra aver perso con la concretezza anche credibilità. La COP 25 (Conference of parts 25 esima edizione), in programma a Madrid dal 2 al 13 dicembre 2019, si è aperta in uno scenario mondiale significativamente diverso, rispetto agli anni precedenti sia per quanto riguarda l’aggravamento della situazione climatico-ambientale che per le novità in campo politico e dei movimenti sociali. Quest’anno la situazione risulta particolarmente delicata e, al contempo, incoraggiante, perché da un lato abbiamo la posizione negazionista del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che, dopo aver dichiarato l’abbandono degli Accordi di Parigi nel giugno 2015, ha ufficializzato, nel novembre 2019, il ritiro del proprio Paese, il secondo per emissioni totali di gas climalteranti, creando non poche difficoltà alla lotta al contenimento del riscaldamento globale. Sulla stessa linea il presidente brasiliano Bolsonaro che, non solo nega le cause antropiche del riscaldamento globale dichiarando di procedere all’aumento delle emissioni ma, soprattutto, ha dato un irresponsabile impulso, mai registrato prima, all’abbattimento della foresta amazzonica, vero polmone verde del pianeta capace di catturare, secondo le stime, il 20% dell’anidride carbonica immessa in atmosfera. Dall’altro, durante il 2019 abbiamo assistito ad uno straordinario quanto imprevisto sviluppo della coscienza ambientale globale, soprattutto fra le giovani generazioni, che ha portato alla formazione e alla crescita del movimento ambientalista del Friday For Future, il quale il 29 novembre ha manifestato per la quarta volta nel 2019 nelle piazze di un numero crescente di stati, questa volta addirittura di ben 157, per un totale di 3.406 eventi. Una sensibilità che cresce anche a causa delle varie manifestazione meteorologiche estreme che si verificano con maggiore frequenza e gravità provocando devastazioni, vittime e migrazioni e che spingono il movimento ecologista a richiedere con decisione interventi immediati e concreti per ridurre l’inquinamento, la deforestazione e il consumo di suolo. In Itali dal 2010 ad oggi, ci rivelo uno studio di Legambiente, si sono verificati 437 fenomeni atmosferici distruttivi, di cui 148 solo nel 2018, provocando in totale 190 vittime. La crisi climatico-ambientale, secondo ampi settori accademici e il movimento ambientalista, risulta legata a doppio filo al sistema economico dominante a livello globale, il capitalismo estrattivista globalizzato, e agli interessi delle multinazionali, strutturate in potentissime lobby capaci di influenzare le scelte politiche dei governi e delle istituzioni internazionali. Di conseguenza, viene messo in discussione il modello di sviluppo economico basato sulla crescita infinita, che ignora i limiti fisici e biologici del pianeta, e criticato il consumismo sfrenato (il cui emblema è il Black Friday, quest’anno contestato dai movimenti) che accelera l’esaurimento delle risorse, rinnovabili e non, e delle fonti energetiche fossili. Proprio queste ultime sono indicate dal mondo scientifico come le principali responsabili dell’aumento della concentrazione della Co2 in atmosfera che ormai nel 2019 ha superato le 410 parti per milione, spingendoci pericolosamente verso la soglia dello stato di crisi irreversibile. I giovani, gli ambientalisti e gli scienziati dell’Ipcc indicano come strategia inevitabile la decarbonizzazione, vale a dire il superamento del modello energetico basato sulle fonti fossili e la transizione verso le rinnovabili, il risparmio e l’efficientamento energetico ma ancora, in questa direzione, poche misure efficaci sono state prese. Ugualmente, viene richiesto ai governi di intervenire per apportare profonde trasformazioni al proprio apparato industriale, convertendolo verso forme produttive a basso impatto ambientale, salvaguardando l’occupazione, e risanando gli effetti dell’inquinamento prodotto dalle emissioni che, col tempo, hanno causato effetti estremamente nocivi sulla salute delle persone e sull’ambiente. La storia dell’impianto siderurgico di Taranto, il più importante a livello europeo, ha dimostrato che, una volta dimesso dallo stato, i privati subentrati hanno praticato gestioni scellerate che hanno prodotto un gravissimo livello di inquinamento ambientale e provocato malattie e morti fra abitanti e lavoratori a causa dei mancati interventi di adeguamento dell’impianto alle norme vigenti. I movimenti, i cittadini e le maestranze sono perfettamente consapevoli che qualsiasi privato, soprattutto se una multinazionale straniera, focalizzata sulla massimizzazione dei profitti, difficilmente affronterà i costi della trasformazione ecosostenibile dell’impianto e del risanamento ambientale, per questo chiedono che sia lo stato a riappropriarsene, ad effettuare i necessari interventi ed a far si che in futuro si eviti di mettere i cittadini e i lavoratori di fronte al ricatto di dover scegliere fra lavoro e inquinamento da un lato e disoccupazione e tutela della salute dall’altro. La gravità degli effetti sociali e ambientali prodotti dalla struttura e dalle dinamiche economiche del capitalismo estrattivo e sviluppista hanno indotto alla coniazione del concetto di Giustizia climatica per indicare che il riscaldamento globale costituisce una questione etica, politica e sociale e non riconducibile esclusivamente alla sfera ambientale; in quanto, si interconnettono gli effetti dei cambiamenti climatici ai concetti di giustizia ambientale e sociale, contemplando vari elementi quali: l’uguaglianza, i diritti umani, i diritti collettivi e le responsabilità storiche per il cambiamento climatico. Le questioni alla base della crisi ambientale sono molteplici, complesse e sovente interagenti, nessuna delle quali viene oggi risparmiata dalle critiche dei giovani, degli ambientalisti e, soprattutto, del mondo scientifico. In particolare, in Italia, sotto la lente dell’opinione pubblica si trovano: il consumo di suolo causato dalla cementificazione, problema particolarmente sentito nel nostro paese dove l’Ispra (Report 2019) ha rilevato che ancora nel 2018 abbiamo perso ben 51 chilometri quadrati di superficie naturale, in media 14 ettari al giorno, e il conseguente dissesto idrogeologico, fenomeno anch’esso crescente al cui rischio, in base ai dati dell’apposito Rapporto Ispra 2019, sono esposti il 91% dei comuni italiani, contro 88% dell’anno precedente. Inoltre, a livello globale abbiamo la grande questione del modello di agricoltura dominante, quella industriale (detta agrobusiness), i cui attori, poche grandi multinazionali, all’esclusiva ricerca del profitto, hanno perso di vista la sua funzione primaria di soddisfacimento del fabbisogno alimentare, arrivando al paradosso che oggi sulla Terra si produce cibo per oltre 10 miliardi di persone ma ancora, nel 2019, la Fao ci rivela che ben 820 milioni soffrono la fame. Come pure il settore dei grandi allevamenti bovini e suini intensivi che immettono ben il 14% dei gas climaletranti in atmosfera, addirittura la stessa entità dell’insieme del settore dei trasporti, e consuma quantità enormi di mangimi, spesso coltivati, scalzando le coltivazioni di sussistenza in paesi del Sud, in vastissime piantagioni monocolturali, soprattutto Ogm, in continua espansione, a danno delle aree forestali, come nel caso della soia in Amazzonia. Infine, altri gravi problematiche risultano il consumo eccesivo di acqua, abbinato alla mancanza di accesso per parte dell’umanità e alle forti disparità di consumi fra il Nord e il Sud del mondo, e la questione dell’inquinamento delle acque, marine, continentali e sotterranee, dell’aria e del suolo, provocato dalle attività produttive, agricole e industriali, dai trasporti, dalle centrali termoelettriche e dai riscaldamenti domestici. La scellerata produzione di plastica usa e getta che, in parte, finisce nell’ambiente terrestre e marino, dove addirittura ha formato enormi isole e che decomponendosi in microplastiche entrano nella catena alimentare. La questione dei rifiuti è diventata sempre più scottante, al punto da mettere in crisi, oltre all’ambiente, anche amministrazioni di città non all’altezza di assolvere al proprio compito. Per la risoluzione del problema, alcuni politici vorrebbero far credere che è necessario realizzare nuovi termovalorizzatori, portatori invece di inquinamento, malattie e morte. Sono i giovani ad indicare che l’unica soluzione sostenibile ambientalmente ed economicamente risiede nella riduzione a monte dei rifiuti, nella differenziazione e nel riciclo attivando il circuito virtuoso dell’economia circolare. I movimenti, non si limitano alla denuncia, ma hanno anche individuato delle strade percorribili per affrontare concretamente la crisi del pianeta, indicando in primis un comportamento soggettivo virtuoso, forse ispirati dal ghandiano aforisma “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, mettendo in discussione il proprio stile di vita e praticando la sobrietà, vale a dire ridurre i consumi evitando quelli superflui, acquistare prodotti agricoli locali, utilizzare mezzi pubblici o la bicicletta per gli spostamenti urbani, eliminare gli imballaggi monouso, riutilizzare e riciclare gli oggetti e quant’altro riduca la propria impronta ecologica personale. Un salto in avanti impensabile sino a qualche anno fa ma, a loro dire, insufficiente ad invertire la rotta, tant’è che sul tavolo di discussione viene messo il modello economico tradizionale nell’intento di indurre i politici a pianificarne e attuarne il superamento. Alcuni indicano lo sviluppo sostenibile e la Green economy come possibili soluzioni del problema, modelli economici che cercano di ridurre la pressione sull’ambiente, l’estrazione e il consumo di risorse allungando la vita delle riserve minerarie ed energetiche, e mirano all’aumento delle produzioni biologiche e delle energie rinnovabili. Tuttavia, altri settori dei movimenti ambientalisti non ritengono risolutivi questi modelli in quanto entrambi non prevedono il superamento del paradigma della crescita economica infinita, oltre a guardare con sospetto il fatto che i loro sostenitori e principali attori sono le stesse multinazionali che hanno portato il pianeta sull’orlo dell’irreversibilità della crisi e che denunciano, forse non a torto, la loro intenzione di crearsi una immagine verde, attraverso operazioni dette di green washing, per poi continuare, tramite le loro attività estrattive e inquinanti, a conseguire ingenti profitti. Per questo parte del movimento sostiene che l’unica alternativa efficace possa essere rappresentata da un cambiamento radicale non solo nel modo e nelle finalità produttive ma anche nel modello di società e individuano questa soluzione nella decrescita che, in base a quanto teorizzato dal suo capostipite, Serge Latouche, costituisce una corrente di pensiero politico, economico e sociale favorevole alla riduzione volontaria, controllata e selettiva della produzione economica e dei consumi, con l’obiettivo di stabilire relazioni di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura. La decrescita invita ad una messa in discussione delle principali istituzioni socio-economiche, al fine di renderle compatibili con la sostenibilità ecologica, creare un rapporto armonico uomo-natura, perseguire la giustizia sociale e l’autogoverno dei territori, restituendo una possibilità di futuro a una civiltà che, secondo i suoi teorizzatori, tenderebbe all’autodistruzione. I ragazzi di FFF, movimenti vari e tutta la società civile mondiale chiede espressamente ai rappresentanti dei governi di 196 paesi, 197 con l’Ue, riuniti a Madrid di stringere i tempi della corsa al taglio delle emissioni di gas climalteranti.. L’obiettivo in agenda, peraltro lo stesso indicato dagli scienziati dell’Ipcc, è zero emissioni nette (differenza fra emissioni e bioassorbimento del pianeta) entro il 2050 per cercare di contenere il surriscaldamento globale entro i 2° a fine secolo ed evitare disastri ambientali e sociali irreversibili. In pratica si proverà a fare pressione si governi di affinchè procedano all’effettiva implementazione degli Accordi di Parigi, senza perdere altro tempo prezioso, visto che le emissioni continuano ad aumentare e ad oggi già abbiamo raggiunto un surriscaldamento pari a + 1,1°. I temi delle negoziazioni riguardano le seguenti aree tematiche: “Mercati del carbonio”, “Perdite e danni”, “Allarmi della Scienza” “Action agenda” e il “Green climate fund”, un fondo istituito nel 2010 per assistere i paesi in via di sviluppo nelle pratiche di adattamento e mitigazione e per contrastare i cambiamenti climatici. Un segnale di speranza è arrivato dall’Ue con 2 atti formali ma significativi: l’approvazione da parte del Parlamento europeo della dichiarazione dello stato di emergenza climatica e ambientale in Europa e nel mondo e una risoluzione che chiede maggiori tagli alle emissioni di Co2 con l’aumento dal 40% al 55% degli obiettivi già al 2030. con i deputati che propongono alla nuova presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di includere questo obiettivo nel Green Deal europeo. E’ evidente che i giovani, di fronte al continuo aumento delle emissioni e ai fenomeni meteorologici sempre più estremi registrati negli ultimi mesi, non si accontenteranno di ulteriori promesse e di accordi rimasti inapplicati, per questo hanno preannunciato che faranno sentire “il fiato sul collo” ai delegati riuniti a Madrid. La posta in palio è alta per gli interessi economici delle multinazionali che continuano a guadagnare e a crescere di dimensioni grazie al modello di sviluppo attuale ma i giovani sono determinati a non farsi rubare ulteriormente il futuro. Per tutti questi motivi il Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati ha ritenuto importante realizzare un progetto didattico/formativo dalla forte valenza culturale e ambientale al fine di stimolare gli studenti allo studio della crisi del pianeta nei suoi molteplici aspetti, ma anche di monitorare l’operato della leadership politica mondiale nello svolgimento dei lavori della Conferenza sui cambiamenti climatici, di prendere atto delle auspicate decisioni e di monitorarne successivamente l’effettiva implementazione, rilevando anche le eventuali criticità in termini di immobilismo, di mancata ratifica o di non attuazione successiva a ratifica da parte dei governi partecipanti alla Cop 25.

Per richiedere il prospetto completo del progetto scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Andrea Vento – 3 dicembre 2019 Gruppo Insegnanti di Geiografia Autorganizzati