Quale Europa serve all'Italia? E quale Italia serve all'Europa? A pensarci bene il voto del 26 maggio prossimo darà la risposta a queste due domande, entrambe cruciali. Agli italiani serve un'Europa che metta al centro della sua agenda il lavoro, lo sviluppo sostenibile, la lotta alle diseguaglianze,

la capacità di parlare con una voce sola di fronte ai conflitti e alle crisi internazionali. Dopo il fallimento - ormai conclamato - delle ricette liberiste e dell'austerità senza aggettivi ai giovani italiani, ai lavoratori italiani, alle imprese italiane servono politiche europee e strumenti nuovi che proteggano adeguatamente le persone più in difficoltà, che aiutino le aziende a stare nella competizione economica globale investendo in formazione, innovazione e green economy, che creino opportunità per le nuove generazioni. Un'Europa che sappia unirsi, sulla base del comune interesse alla pace e alla stabilità, sia nelle drammatiche crisi internazionali in atto - dalla Libia al Venezuela - sia nella gestione di fenomeni epocali come le migrazioni. Un'Europa che sappia cambiare e autoriformarsi rendendo più semplice e democratico il funzionamento delle sue istituzioni. Ecco, un'Europa così serve all'Italia e sarà possibile soltanto se si affermeranno alle prossime elezioni europee forze autenticamente riformiste ed europeiste. Il risultato spagnolo di domenica scorsa ci dice che le forze progressiste, socialiste e democratiche, possono contenere e fermare l'ondata sovranista e di destra. Questo argine in Italia lo può costruire soltanto la lista unitaria del Pd. Per fermare Salvini, l'unico voto efficace il 26 maggio è quello per il Pd, che ha avuto il coraggio e l'umiltà di unire nelle sue liste tante personalità diverse del campo democratico e progressista. D'altra parte sul piano interno la vicenda del governo giallo-verde sta diventando sempre più preoccupante. Due giorni fa abbiamo celebrato il 1 Maggio, Festa del Lavoro. Ma, ahimè, c'è ben poco da festeggiare perché il rallentamento della crescita è ancora in atto e perché la precarietà e l'insicurezza nel lavoro sono ancora la quotidianità per troppe persone, soprattutto giovani. Voglio essere chiara: è un tema che interroga anche noi, la sinistra, il sindacato, per ciò che avremmo dovuto fare con maggiore impegno negli anni scorsi. Abbiamo messo grande energia per far uscire il Paese dalla più grave crisi economica del dopoguerra, e certamente abbiamo responsabilmente agito per creare nuovi posti di lavoro. Ma non ignoriamo che di quel milione di posti di lavoro, prima persi poi creati, molti non siano di buona qualità e che il tema della sicurezza e delle tutele assuma contorni nuovi nell'era della rivoluzione tecnologica. Ecco perché nel congresso abbiamo detto "prima le persone", ecco perché oggi siamo pronti dall'opposizione a fare una battaglia per aumentare i salari, per dare garanzie ai lavoratori meno protetti, per investire nell'istruzione e la formazione. Lo vogliamo fare con le parti sociali, discutendo e confrontandoci con sindacati e imprese, sfidando su questo terreno un governo immobile quanto litigioso. Oggi sui giornali italiani leggiamo di Siri, della decisione di Conte di revocarlo dal ruolo di sottosegretario, dei retroscena sulle possibili conseguenze politiche: soltanto l'ultimo episodio di una saga stucchevole tra Lega e 5S in perenne campagna elettorale mentre l'Italia avrebbe bisogno di un governo. Le crisi aziendali si moltiplicano, ultima quella della Piaggio Aerospace, la situazione di Alitalia è drammaticamente lontana dalla soluzione, il Def del governo fotografa un quadro finanziario allarmante, mentre i partiti della maggioranza festeggiano un Pil allo 0,2 e litigano su ogni singola scelta di politica economica, rinviando ogni decisione a dopo il 26 maggio. Ma così l'Italia arretra, famiglie imprese e lavoratori ne pagano un prezzo troppo alto. Non è un caso che i sindacati metalmeccanici, per la prima volta da dieci anni a questa parte, abbiano convocato unitariamente per il prossimo 14 giugno uno sciopero nazionale contro il governo. Ci sono dunque anche molte ragioni "italiane" per votare Pd il prossimo 26 maggio. Per dimostrare che c'è la possibilità di voltare pagina, che la realtà è più forte della propaganda e che l'Italia e gli italiani meritano una nuova speranza. (Marina Sereni)