CONVEGNO PROMOSSO DAL COORDINAMENTO DELLE ASSOCIAZIONI REGIONALI SICILIANE DELL’EMIGRAZIONE (CARSE) IN COLLABORAZIONE CON IL COMUNE DI RADDUSA (CT) RADDUASA 7 SETTEMBRE 2019

LA RELAZIONE DI SALVATORE AUGELLO 

- Il convegno di oggi che abbiamo fortemente voluto, ha lo scopo di rompere il fitto silenzio dentro il quale si è voluto nascondere un dramma ancora attuale: l’emigrazione. Un grande stimolo a scuotere e rilanciare questo drammatico problema, a tentare ancora una volta a rompere questo ingiustificato silenzio, ci è venuto dal seminario dei Giovani Italiani nel Mondo che si è tenuto a Palermo nell’aprile scorso. Una iniziativa su cui il CGIE che l’ha voluta e sostenuta, sponsorizzata ed organizzata dalla VII commissione, nuove migrazioni e generazioni nuove, presieduta da Chiara Prodi segretario Gaetano Calà, ha dedicato le proprie energie adoperandosi per la positiva riuscita. In quella occasione, malgrado le pressioni fatte dalle associazioni regionali storiche dell’emigrazione, la Sicilia mise a nudo il grande vuoto che nell’ultimo ventennio si è fatto attorno ai siciliani all’estero. Un vuoto che voglio riassumere in poche parole e qualche dato, solo per sapere meglio di cosa stiamo parlando. 1999: scade la Consulta Regionale dell’emigrazione e dell’Immigrazione in carica, voluta da una legge: la 55/80 e già prevista dall’art. 2 della legge 25 del 3 giugno 1975, nonché dalla legge 38/84; 2000: il 31 marzo del 2000 l’Assessore protempore Nino Papania emana il decreto di nomina della consulta, pubblicato sulla GURS l’11 agosto dello stesso anno; 2010: a distanza di 10 anni e dietro pressione delle associazioni, l’assessore protempore Lino Lenza, annulla il decreto del 2000 ed emana un nuovo decreto di nomina della consulta Nessuno dei due decreti ha mai raggiunto l’obiettivo di vedere insediata la consulta, malgrado la loro registrazione e la loro pubblicazione sulla gazzetta ufficiale. Nel frattempo, nel 2012 arriva una inspiegabile impugnativa del Commissario dello Stato, sul capitolo della legge 55/80 relativo all’art. 9 che prevede contributi per le associazioni riconosciute dalla stessa legge, dove nel documento finanziario si ritrova la seguente dicitura: “capitolo non attivo a seguito dell’impugnativa effettuata dal commissario dello stato ai sensi dell’art. 28 dello statuto della Regione” L’articolo 28 richiamato, così recita: - 1. Le leggi dell'Assemblea regionale sono inviate entro tre giorni dall'approvazione al Commissario dello Stato, che entro i successivi cinque giorni può impugnarle davanti l'Alta Corte. Una impugnativa davvero inspiegabile, se si pensa che la legge 55 è stata approvata nel 1980 ed è stata operativa per molti anni, permettendo alle associazioni regionali di costruire una grande rete associativa che avvolge il mondo e che è stata messa a disposizione della Regione che da troppo tempo ormai la misconosce e non ne trae gli spunti e le ricadute economiche che da essa possono arrivare riservando alla stessa poca attenzione. Altri colpi nel frattempo si abbattono sul settore. A giugno del 2009, sotto il governo Lombardo, nella fase di riassetto delle deleghe assessoriali, scompare la delega all’Emigrazione, che diventa un gruppo di lavoro all’interno dell’Assessorato del Lavoro e della Famiglia, mentre con l’avvento del governo Crocetta, tutti i capitoli relativi alla legge e ad interventi nel campo dell’emigrazione vengono riportati per memoria. Tale trattamento coinvolge anche le associazioni, che ancora oggi mantengono i contatti con la rete estera, malgrado i sacrifici che sono costrette a fare. Per cercare di intervenire, le associazioni hanno fatto ripetutamente richiesta di incontrare sia Crocetta che Musumeci, così come hanno fatto i Parlamentari siciliani eletti all’estero, ma ad oggi non abbiamo avuto nessun riscontro. Ultimamente, abbiamo anche avanzato la richiesta di ripristinare la delega dell’emigrazione, perché riteniamo che i tanti siciliani residenti all’estero, abbiano diritto di essere pensati con più costanza ed in maniera organica dalla politica regionale. Ma, perché arriviamo a questa decisione e perché l’iniziativa di oggi? Come si intuisce da quello che ho già brevemente richiamato, da BEN 20 ANNI LA Sicilia è priva della Consulta Regionale dell’Emigrazione e dell’Immigrazione, mentre le altre regioni, non solo vanno avanti con le loro consulte o consigli regionali, ma cercano di sfruttare una insperata quanto grande risorsa economica. La Puglia, la Toscana, l’Umbria ed altre regioni, intrattengono contatti costanti con le proprie comunità all’estero, organizzando incontri tra gruppi di imprenditori, cercando di potenziare gli scambi commerciali tra le aziende produttrici operanti nelle regioni ed omologhi all’estero che si trovano anche tra le loro comunità, all’interno delle quali sono nati importatori, eccellenze di vario tipo ed in ogni caso sviluppando il volume di esportazioni dalla regione verso le proprie comunità. Perché, ci chiediamo, la Sicilia no? Perché quella Sicilia che fu antesignana delle leggi in favore delle comunità all’estero, oggi si deve trovare ad essere fanalino di coda, coprendo di silenzio e di oblio un settore che invece merita la più grande attenzione? Perché mai non si riesce a scuotere la politica dal torpore in cui si è trincerata trascinando in esso anche i siciliani all’estero, vanificando il lavoro delle associazioni nel quale si sono cimentati dirigenti di vario genere che hanno saputo dare vita ad una grande rete che andrebbe vista come una risorsa importante? Già, una risorsa appunto. Era il mese di settembre del 1994, quando alla presenza dell’Assessore protempore Giuseppe Drago, lanciammo con forza in un convegno tenuto a Stoccarda, la necessità di smetterla di vedere l’emigrazione come un settore da assistere, per vederla invece come una risorsa nella quale valeva la pena investire. La definizione allora piacque a Drago che la condivise, ma non riuscimmo a spostare nulla che andasse in quella direzione. Ci riprovammo in una conferenza tenuta a marzo del 1996, dove abbiamo rilanciato la necessità di vedere l’emigrazione come una risorsa, ma anche questa iniziativa che risultò essere importante, non vide alcun seguito. Era evidente che per la politica regionale il settore dei siciliani all’estero era del tutto marginale, anche se alcune attività per riportare il settore all’attenzione e che erano sotto gli occhi di tutti, non sortirono alcun effetto. Si trattava purtroppo di iniziative sporadiche fatte dalle associazioni che incoraggiavano il commercio, la internazionalizzazione delle aziende, iniziative che purtroppo non ebbero mai un seguito, anche se alcuni risultati vennero raggiunti. Vide la luce addirittura un progetto nazionale denominato “ITENETS” che aveva l’obiettivo di creare una rete con le comunità emigrate per spingere verso iniziative con lo scopo di avviare rapporti economici atti ad interagire nelle politiche di sviluppo. Anche queste iniziative, sebbene condotte bene, non produssero alcun risultato, perché anch’esse succubi di una politica non organica che portava avanti progetti spesso fine a se stessi che non servivano a fare uscire l’emigrazione dall’angolo a cui era stata relegata. Certo, anche le associazioni hanno la loro parte di responsabilità, per non avere saputo fare una politica di squadra, che avvalendosi dalla forza dell’unità, riuscissero a portare alla ribalta una politica degna di questo nome in direzione dei siciliani all’estero. Anzi esse soggiacquero al disegno divisivo portato avanti che metteva le associazioni regionali in contrasto con le varie federazioni che andavano nascendo all’estero. Questi nuovi soggetti organizzativi vedevano le associazioni regionali come strumento di sperpero di fondi e puntavano ad avere finanziamenti dalla regione, ignorando il meccanismo che circondava tale problema. La situazione peggiorò, inasprendo lo scontro quando alcune federazioni nacquero con obiettivi ben precisi, che nulla avevano a che vedere con l’emigrazione, fatta invece segno ad una strumentalizzazione che alla fine ha indebolito tutto il movimento. Difficile in una situazione così confusa e contrastata fare conoscere ed apprezzare la validità del ruolo cui assolvevano le associazioni regionali e non solo esse, poiché vi erano e vi sono ancora due cose che non aiutano: - una scarsa collaborazione con la stampa, tranne le inserzioni comparse sulle varie agenzie che si rivolgono agli emigrati. Per il resto la stampa parlava delle associazioni definendole globtrotter della caponata o della tarantella, senza distinguere i gruppi folcloristici che occasionalmente si occupavano di emigrazione, dalle associazioni serie che invece se ne occupavano e se ne occupano dodici mesi all’anno anche in mezzo ad un mare di difficoltà; - la sottovalutazione che la politica fa di questo settore, unita alla debolezza del sistema associativo che non si è saputo imporre, non ha saputo difendere adeguatamente la categoria, non ha saputo utilizzare un “potere contrattuale” che pure ha poiché discende da un ampia ed articolata rete associativa che potrebbe e deve diventare punto di riferimento per una politica seria verso gli emigrati in quanto risorsa. Questi due fattori hanno deviato qualsiasi tipo di intervento rendendolo alla prova dei fatti completamente vano oltre che episodico. Vi ricordate le “famose case Sicilia” che dovevano essere vetrine dei prodotti siciliani? Allora nacquero in pompa magna a Parigi come S.p.A., a Buenos Aires inaugurata alla grande, a New York con l’intervento anche della provincia di Catania, a Sofia, a Montreal, Zurigo, Qingdao in Cina, a Tunisi. Ebbene esse andarono avanti fino a quando la regione ha versato soldi per mantenerle, avendo le stesse fallito il vero obiettivo che era quello di canalizzare i prodotti siciliani e non, auto-finanziandosi con le ditte che esponevano i loro prodotti e con la commercializzazione degli stessi, diventando delle camere di commercio vere e proprie da servire come supporto non solo per la commercializzazione dei prodotti, ma anche come mezzo per avviare la internazionalizzazione delle aziende. Purtroppo non fu così. Alcune sono diventate solo centri di qualche manifestazione finanziata, altre sono rimaste dei gusci vuoti. A richiamare l’attenzione su queste strutture, la decisione di Crocetta di chiuderle e la richiesta di alcune di essere di essere chiuse perché non avevano mezzi per andare avanti, nonché l’iniziativa del comune di Noto, che quest’anno ha dedicato l’infiorata all’emigrazione italiana in America, inaugurando casa america. Evidentemente c’è un errore di fondo su come viene letta ed interpretata l’emigrazione. Risultati vani tutti i tentativi portati avanti fino ad ora, ci sembra sia il momento di cambiare rotta, di prendere atto che una valida interlocuzione con le comunità all’estero resta solo quella della rete associativa alla quale va riconosciuto questo ruolo, assieme ad una continuità di intervento e di presenza sul territorio, ben diversa dalla continuità di una politica che ormai non esiste più, perché giustamente soggetta ai governanti del momento che possono avere sensibilità verso questo settore, come possono non averla. Faccio due esempi per stigmatizzare la situazione. 1°) il comune di Marineo anni fa in una importante manifestazione legata alla festa del Patrono, inaugurò le giornate dell’emigrazione volute da Franco Ribaudo sindaco di allora, in quella occasione si inaugurò anche una strada intitolata ai marinasi nel mondo. Finita la sindacatura di Ribaudo chiamato ad incarico parlamentare, il nuovo sindaco, evidentemente meno sensibile al problema, non rinnovò più l’iniziativa, che è stata ripresa quest’anno che Ribaudo è tornato ad essere sindaco. Questo è un esempio di discontinuità legata alla politica. 2°) L’Associazione Ragusani nel mondo, quest’anno ha festeggiato la XXV edizione del “PREMIO RAGUSANI NEL MONDO”, esempio di grande continuità considerato che dell’evento si è fatto carico l’associazione che ha saputo negli anni coinvolgere tutto il territorio della fertile provincia di Ragusa. Ed infine, un terzo esempio voglio citare che dimostra la grande discontinuità della politica. In Sicilia si pensò di istituire il “PREMIO DEL SICILIANO NEL MONDO”. La prima edizione la inaugurò Giuseppe Drago Assessore all’Emigrazione dell’epoca. Si fece a Palazzo dei Normanni in una gremita Sala Gialla ed ebbe un ottimo successo. La manifestazione si chiuse con l’impegno che si sarebbe istituzionalizzata magari legandola alla ricorrenza dell’Autonomia Siciliana, per poterla ripetere ogni anno in onore dei tanti siciliani che all’estero hanno contribuito a tenere alta la bandiera della Scilla, per i loro meriti nella scienza, nella ricerca, nelle arti, ecc.. La seconda edizione, che passò sempre per prima, a distanza di anni si tenne a Villa Igea, voluta dall’allora assessore all’Emigrazione Francesco Scoma, che inaugurò la serie degli ambasciatori di cultura nel mondo nell’aprile del 2006. Anche questa serie non superò il numero di uno. Alla luci di tali esperienze, ma anche per dare un’impronta diversa al lavoro stesso delle associazioni, noi, le associazioni regionale dell’emigrazione siciliana, ci siamo riuniti in coordinamento denominato (CARSE), con alcuni obiettivi precisi: - ritrovare una unità d’azione per potere ancora una volta fare il tentativo di ricordare alla Regione che esiste una Sicilia al di fuori dei confini dell’Isola; - superare l’aggettivo di storiche che in ogni caso ci appartiene, per coinvolgere nel movimento il maggior numero di associazioni e/o federazioni anche operanti all’estero, allargando il perimetro di un movimento veramente unitario che abbia in comune l’obiettivo di riportare alla ribalta l’emigrazione siciliana ricordando ad essa che ha il sacrosanto diritto di non essere abbandonata dalla politica. - Riaprire o è meglio dire aprire un contatto ed una collaborazione costante con la stampa, in modo che si parli dell’emigrazione in termini giusti, andando a fondo ai problemi che non portano all’utilizzo della RISORSA EMIGRAZIONE e che affrontino la vasta problematica che non solo non è riuscita a risolvere i problemi che stanno alla base dei flussi migratori, ma non piglia atto del fatto che in questi ultimi tempi l’emigrazione è ripresa raggiungendo livelli impensabili che vedono ulteriormente spopolare le nostre città che in questo modo perdono le forze migliori pregiudicando il futuro dell’intera regione. Se solo diamo uno sguardo al rapporto dello SVIMEZ, ci rendiamo conto della gravità della situazione. La sola città di Palermo nel solo 2017 ha perso 12.000 abitanti e non è un esempio unico, molte sono le città che perdono popolazione, specialmente quelle che un tempo erano considerate il triangolo minerario, le province di Agrigento Caltanissetta ed Enna. La Sicilia al 31 dicembre 2018. ha perso qualcosa come 49.789 abitanti, tornando ai livelli del 2001. Questi sono numeri che debbono fare riflettere. I nostri comuni, specialmente quelli della Sicilia interna stanno diventando progressivamente delle grandi case per anziani diffuse, da dove i giovani fuggono. Lo fanno per cercare lavoro, lo fanno per andare a studiare al nord o all’estero, dove le possibilità di un impiego dopo la laurea sono maggiori. La qualità della popolazione che oggi emigra è cambiata rispetto al passato. Un tempo emigravano i braccianti, i minatori, i piccoli artigiani, oggi emigrano i laureati ed i diplomati, una grave perdita per la nostra società. Emigrano anche i pensionati, andando in quei paesi dove con la pensione italiana riescono a vivere bene, cosa che non possono fare in Italia. Di fronte a tale situazione, la Sicilia non può non avere una politica che si occupi del problema, non può fare fina che il dramma non esiste. Tra l’altro questa nuova generazione di migranti, ha bisogno di supporto sia in Sicilia che all’estero. Alcuni consolati hanno messo su un ufficio che si occupa di fornire ai nuovi arrivati informazioni utili per integrarsi nella società di accoglienza. Anche alcune associazioni lo fanno, svolgendo con competenza il proprio lavoro di assistenza. Ma è giusto perdere tutta questa forza giovane? E’ giusto formare i giovani a spese dei contribuenti italiani, per poi regalarli a paesi stranieri che utilizzano i loro studi la loro esperienza, la loro intelligenza? Se prima l’emigrazione era considerata una risorsa, ora lo è a maggior ragione. Lo è per incidere nelle politiche di sviluppo della nostra terra, con apporti di esperienze e capitali freschi, lo è per fermare questa emorragia di giovani che scappano, lo è per l’attaccamento alla propria terra, che oggi è maggiore di prima, che si risveglia anche nelle giovani generazioni. Il seminario di Palermo ne è stata una grande prova alla quale la Sicilia che pure ha partecipato offrendo logistica e quanto necessario, si è presentata impreparata ad accogliere questa ventata di entusiasmo, di nuovo che è arrivata da tutte le parti del mondo. Oggi più che mai quindi abbiamo bisogno di alcune cose importanti: una politica per l’emigrazione, un intervento sul territorio per renderlo appetibile ai capitali esterni, una valorizzazione della risorsa rappresentata dall’emigrazione, che ha saputo esportare la cultura e le abitudini siciliane. Sarebbe sbagliato non riconoscere la potenziale risorsa rappresentata dall’emigrazione che da sempre è un grande mercato per le nostre produzioni. Se oggi i prodotti dell’agro alimentare siciliano raggiungono tutto il mondo, lo dobbiamo alla capacità dei nostri produttori, ma anche alla presenza dei nostri emigrati in giro per il mondo che amano mangiare italiano che amano vestire italiano. Quale migliore occasione, allora, di riconoscere alle associazioni la bontà del ruolo che hanno giocato fino ad ora nel creare prima e nel tenere poi unita questa grande rete associativa, unica a fornire continuità di intervento e capacità di collegamento? Allora, è il caso di chiedersi. Ma davvero vale la pena di cancellare la legislazione siciliana diretta ad una popolazione non indifferente che oggi si trova all’estero? Secondo le statiche, la Sicilia ad oggi ha all’estero circa 800.000 emigrati in possesso di cittadinanza che provengono dalle province siciliane secondo la sequente classifica: al primo posto troviamo Agrigento seguita da Catania con Palermo al terzo posto, Messina al 4° al quinto posto troviamo Enna ed al sesto Caltanissetta, seguita da Trapani Siracusa e Ragusa al nono posto. Ma se guardiamo i numeri rapportati alla popolazione delle intere province, la graduatoria cambia e nei primi tre posti troviamo Agrigento, Enna e Caltanissetta. Ma il mercato maggiore e quindi la potenziale maggiore la riscontriamo negli oltre sei milioni di oriundi, che le usanze e le abitudini le hanno assimilate dai loro avi, che hanno imparato ad apprezzare la loro terra d’origine e che guardano ad essa con simpatia quando non lo fanno con nostalgia. Una regione come la Sicilia, alla ricerca di una politica di sviluppo capace di farci superare la crisi e di allargare le possibilità di lavoro, non può privarsi di tale risorsa e meno che mai dell’apporto che da essa può e deve arrivare. Non è un caso se nella consulta sono previsti i sindacati, i patronati e le centrali cooperativistiche. Già all’origine la legislazione si era posto il problema di utilizzare esperienze e capitali che potevano venire dall’emigrazione. Oggi ci troviamo con una legge completamente disattesa, che potrebbe avere ancora un suo ruolo ed una sua validità anche se ritenuta obsoleta. Da tempo sollecitiamo la modifica della legislazione, abbiamo predisposto disegni di legge che sono stati presentati, abbiamo cercato da ammodernare quelle parti che possono e debbono incentivare il rientro e le possibilità di sviluppo della Sicilia anche attraverso società miste. Nessuno di questi disegni di legge ripetutamente presentati è riuscito a varcare la soglia di Sala d’Ercole per essere trattato. Per avere contezza della situazione migratoria siciliana, dobbiamo affidarci al rapporto dei Migrantes o a quello dello SVIMEZ, ma alla Sicilia manca una situazione aggiornata della propria emigrazione, perché sono più di venti anni che non si tiene una conferenza regionale dell’emigrazione e dell’immigrazione, che serve ad aggiornare analisi e metodi di intervento, attraverso i diretti protagonisti del problema. Questo l’obiettivo del Coordinamento CARSE, che da questo convegno vuole lanciare una ripresa dell’attenzione in direzione degli emigrati, un intervento per superare questa tardiva quanto inspiegabile impugnativa del Commissario dello Stato, che a nostro avviso non ha senso dopo che una legge è stata applicata con successo per oltre trentenni. L’obiettivo di rilanciare il ruolo delle associazioni che in passato hanno contribuito a creare e mantenere un legame tra gli emigrati e la Sicilia e che oggi si propongono per rinsaldare i legami tra le due sicilie, per aiutare la risorsa emigrazione a manifestare la propria potenzialità. L’obiettivo di ridare agli emigrati siciliani una legge ed una politica degna di tale nome. Per raggiungere questi obiettivi, il CARSE porterà avanti una serie di attività propedeutiche a superare ostacoli e barriere anche ideologiche, per stimolare una rinnovata attenzione verso l’emigrazione attraverso un coinvolgimento trasversale dei gruppi presenti al Parlamento Regionale. Vi riusciremo? Non possiamo certo dirlo, quello che possiamo dire è che ci proveremo con tutte le nostre forze, mobilitando il vasto mondo delle associazioni e portando avanti un impegno ed un’azione la più unitaria possibile.