Nel 1790 venne realizzato a Palermo il primo Osservatorio Astronomico del meridione d’Italia, un’iniziativa che consentì a molti appassionati che, come il ragusano Giambattista Odierna – che nel seicento scoprì le nebulose – si erano dedicati nel passato a effettuare osservazioni, di avere a disposizioni strumenti idonei a razionalizzare il loro lavoro scientifico.

Non più, dunque, “lampi in una notte buia” cioè personaggi isolati, secondo la bella definizione del grande astronomo Giuseppe Piazzi, ma da allora si poteva dire che anche nel meridione, ed è sempre una frase del Piazzi, “si faceva finalmente astronomia”. L’Osservatorio fu, infatti, dotato di strumenti adeguati avanzati per il tempo e da quel momento si cominciò subito a fare scienza ad altissimi livelli. Merito di queste novità va dato a Domenico Caracciolo e Francesco d’Acquino, due fra i viceré che possono legittimamente fregiarsi del titolo di riformatori, ma anche del coagularsi attorno ai due citati personaggi di un piccolo ma influente gruppo di intellettuali riformisti a capo della Deputazione de’ Regi Studi. Furono proprio costoro che individuarono in Giuseppe Piazzi, un valtellinese allora conosciuto come buon matematico, il personaggio che avrebbe potuto assumersi il compito della direzione scientifica dell’Osservatorio. Piazzi – che quando fu chiamato a ricoprire l’incarico aveva già quarant’anni e che prima d’allora non si era cimentato ancora con problemi astronomici – divenne nel giro di pochi anni il motore di un’equipe che avrebbe proiettato l’Astronomia siciliana ai massimi livelli europei. Peraltro, lo stesso Piazzi si guadagnò fama internazionale. Il maggiore risultato dell’Osservatorio Astronomico fu proprio colto da questo scienziato il primo gennaio 1801 quando, ormai a notte avanzata, il suo obiettivo si fissò su un oggetto nello spazio il cui mistero da anni affascinava gli scienziati. Quell’oggetto era Cerere, il pianetino che si presumeva orbitasse fra Marte e Giove ma di cui non c’era ancora conferma fisica. La scoperta ebbe un’eco enorme e collocò l’autore fra i grandi astronomi della storia. Ma ancor di più ebbero eco i “Cataloghi delle stelle” da lui redatti e pubblicati, rispettivamente, nel 1803 e nel 1814. Per quei contributi scientifici si guadagnò il plauso e la stima della comunità scientifica internazionale e la laurea dell’Académie des Sciences di Parigi come migliori contributi pubblicati di scienze astronomiche. L’autorevolezza conseguita, permise al Piazzi, in visita allo storico osservatorio astronomico di Greenwich – diretto allora dal noto astronomo, Nevil Maskelyne – di potere perfino formulare delle critiche sugli strumenti in uso e sulle tecniche di osservazioni praticate. Insomma, Piazzi e, di riflesso, i suoi collaboratori apparirono, in quel passaggio storico, quanto di meglio ci fosse in tema di astronomia. Questa fama e questo rispetto ingenerarono l’idea che in Sicilia si fosse consolidata una scuola che non solo sarebbe durata nel tempo ma che avrebbe sicuramente offerto sempre nuovi e importanti risultati. Un’idea che, purtroppo, dovette fare i conti con la realtà visto che alla scomparsa di Piazzi, nonostante la presenza di Niccolò Cacciatore e Domenico Ragona, l’Osservatorio astronomico palermitano lentamente perdette quella centralità che aveva conquistato anche per il fatto che il Cacciatore si lasciò invischiare in polemiche scientifiche di carattere locale e il Ragona, scienziato di prim’ordine, si appiattì sulla fedeltà ai Borbone entrando in conflitto con il figlio del Cacciatore, anch’egli astronomo, che invece si era avvicinato ai liberali e per questo motivo era stato alla fine allontanato per punizione dalla direzione dell’Osservatorio. Nonostante Garibaldi avesse reso giustizia al cacciatore, restituendogli quanto gli era stato sottratto, l’Osservatorio palermitano non torno più agli antichi lustri. Di quella storia restano i reperti oggi conservati nel Museo dell’Osservatorio Astronomico di Palermo, un luogo da visitare (Pasquale Hamel) 22 dicembre 2018