(SA) - Non c’è dubbio, che quando una persona vuole ad ogni costo arrivare per primo, non c’è migliore soluzione che correre da solo, in questo modo arriva prima di una fila di uno. E’ quello che è successo nel PD siciliano, dove si è tenuto o non si è ritenuto dovere tenere il congresso regionale di questo partito che da tempo sta vivendo una grossa crisi di identità oltre che di rappresentanza.

A memoria mia che milito in tutte le mutazioni del PCI dal 1960 ad oggi, un congresso è sempre iniziato dal basso, dai circoli o sezioni, dalle federazioni provinciali, dalle federazioni regionali per poi arrivare al congresso nazionale con delegati eletti nelle varie istanze del congresso stesso. Nel PD, queste regole hanno subito diverse variazioni. Certamente positiva è la variazione delle primarie, nata per coinvolgere l’elettorato in caso di elezioni politiche o di altro genere, la prima fu quella che incoronò candidato premier Romano Prodi. Non ha senso a mio avviso la primaria aperta per eleggere gli organi del partito, come non ha senso pretendere di iniziare un congresso partendo dall’alto. Questo è quello che in questa tornata congressuale è successo in Sicilia ed ho paura che non sia solo un problema siciliano. La commissione regionale per il congresso, facendo una forzatura sul regolamento, pretendeva di tenere prima le primarie per nominare il segretario regionale per poi sottoporlo all’approvazione dell’assemblea regionale formata dai delegati eletti nei vari congressi provinciali le cui assemblee a loro volta venivano eletti dai delegati di sezione o di circolo come si ama chiamarli oggi. La forzatura, giustamente è stata contestata dall’altra compagna (si può dire?) che concorreva alle primarie regionali, perché non ha gradito la forzatura che si voleva fare, contestazione non tenuta in considerazione dalla commissione regionale del congresso, la quale ha confermato la decisione di rinviare i congressi di base a dopo il congresso regionale. Il rifiuto della commissione a rispettare il regolamento, ha determinato le dimissioni della concorrente che rappresentava l’area zingarettiana, per cui il nostro eroe è rimasto l’unico concorrente alla carica di segretario. A questo punto, di violazione in violazione, la commissione, pare nemmeno a maggioranza, ha deliberato la nomina di Faraone a segretario regionale del PD senza bisogno di ricorrere ad un congresso. Ma qual è il modello di partito che piace al nuovo segretario che si impegna a portarlo avanti? Un “partito aperto”, una sorta di porta girevole dove entra ed esce chi vuole. Attraverso questa porta inventata nelle cosi dette leopolde siciliane organizzate da Faraone, sono entrati ex cuffariani, ex lombardiani, è entrato Cardinale che ha fondato un suo partito “Sicilia Futura”, però ha preteso che la figlia venisse eletta per la terza volta nelle liste del PD, anche qui con delle primarie molto discutibili. Ma che partito è quello in cui non conta più l’ideologia? Che messaggio si trasmette ai giovani che vogliono avvicinarsi alla politica? Un messaggio molto discutibile per la verità, dove non conta la tessera di adesione, dove non esiste senso di appartenenza, non esiste una identità ben definita. A scanso di equivoci debbo dire che io non sono per niente contro le coalizioni, anzi, ma sono per coalizioni chiare dove ognuno entra con le proprie idee e le proprie peculiarità, ma che abbiano un minimo di affinità tra di loro. Non può essere chiamata coalizione una ammucchiata multicolore dove l’unico obiettivo è quello di accaparrarsi uno scranno, o di averlo in premio non si sa di che cosa, un insieme di persone tenute assieme solo dalla possibilità di gestire il “POTERE”. Sfumata questa possibilità, non ci vuole molto a vedere un trasformismo spietato, cambi di casacca repentini e spesso ripetuti a seconda della convenienza. Non è questo il PD che abbiamo sognato quando si è fatta la fusione quel lontano 14 maggio del 2007, quando Veltroni e Rutelli assieme ad altri dirigenti lo hanno tenuto a battesimo. Certamente il modello Faraone non ha niente a che vedere con quel PD. Il modello aperto, come lo vuole Faraone ed altri, non può essere il partito capace di creare l’alternativa all’attuale maggioranza. Per dare vita ad un partito capace di fare crescere un politica alternativa al governo di Salvini e Di Maio, ci vuole un partito che prima di tutto sia coeso al suo interno, che abbia una identità forte e visibile nella sua azione politica e sopratutto che abbia un progetto politico che comprenda i problemi del popolo italiano, dei donne, dei giovani, i problemi di una società che nel tempo è cambiata. Un progetto politico che sappia tenere conto di questi cambiamenti della società e che sappia creare le condizioni intanto di migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini e poi che abbia la forza di mantenere al suo interno i cosi detti cervelli, che invece regala ai paesi esteri dopo averli formato trasformandoli in capacissimi ricercatori, scienziati, medici ecc., sprecando doppiamente un capitale importante sia economico che di idee, di capacità, di forze ed idee nuove fresche, capace di incidere nella vita e nelle condizioni del nostro popolo. Questo è il PD che vogliamo che mi pare non somigli molto al PD aperto descritto da Faraone che oggi, in maniera discutibile si trova a dirigere in Sicilia. (Salvatore Augello)