(SA) - La regione, come ogni anno, da tempo ha all’ordine del giorno il bilancio di previsione per l’anno 2018. Non vi è dubbio, che per le condizioni in cui si trova la regione e per i tanti problemi che ci sono da affrontare: forestali, precari, crisi economica, viabilità, ex province, trasferimenti ai comuni,

debiti pregressi, povertà, lavoro ed altro ancora, la redazione di un bilancio di previsione diventa un’impresa epica con la quale il governo Musumeci deve confrontarsi. In tutto questo calderone di problemi, come al solito le categorie più deboli trovano sempre meno spazio ed attenzione. Tra le categorie più deboli, credo vada inclusa l’emigrazione ed i problemi di milioni di siciliani sparsi per il mondo, sia che conservino ancora la cittadinanza, sia che siano solo oriundi ma si sentono legati alla terra d’origine. Da oltre un ventennio la Sicilia è rimasta l’unica regione che non ha una propria consulta regione dell’emigrazione e dell’immigrazione, ha abolito (governo Lombardo) la delega assessoriale dell’emigrazione, ha smantellato il gruppo di lavoro che si occupava di tali problematiche. Eppure, le associazioni non hanno mancato di fare le pressioni dovute per sollecitare una politica dell’emigrazione degna di tale nome. Sono ricorse all’auto convocazione della consulta più volte nominata con decreto e mai insediata, ha reclamato e reclama il rilancio della legge regionale 55/80 e successive modificazioni, al fine di potere dare risposte alla vasta rete associativa sparsa per il mondo e non tenuta in considerazione dalla regione. Ogni anno, le associazioni regionali riunitesi in coordinamento (CARSE), ripetono la via crucis che si potrebbe definire “il giro delle sette chiese”, che comincia con la richiesta di audizione alla Commissione Bilancio per finire con l’incontro con i capi gruppo o con singoli deputati che possono dare una mano e che sono legati sia alle associazioni che agli emigrati. Negli ultimi anni, purtroppo non si è raggiunto alcun risultato positivo e le associazioni sono dovute andare avanti potendo contare solo sul lavoro volontario di gruppi dirigenti responsabili e sua qualche piccolo contributo, che spesso non basta nemmeno per le spese correnti. Nessuna associazione riesce più a pagarsi una sede e parecchi degli interventi che vengono fatti spesso restano a carico dei dirigenti, come ad esempio gestione di siti web, telefonia, piccole visite all’estero, contatti con i comuni per il disbrigo di pratiche necessaire ai soci residenti all’estero. Si potrebbe opinare che è poca cosa, è vero, ma è pur sempre un servizio prezioso che serve a tenere vivo il legame tra i siciliani all’estero e la Sicilia e tra le associazioni regionali e la rete associativa sparsa per il mondo. E la regione? Che fa la regione? Resta sorda di fronte a tanto eroico sforzo e continua ad ignorare le problematiche dell’emigrazione, privandosi in questo modo di una potenziale risorsa che potrebbe benissimo venire in aiuto alla esausta economia della Sicilia, che in parte già viene in aiuto avendo Gli emigrati siciliani saputo esportare cultura, abitudini e tradizioni, offrendo all’agro alimentare siciliano un vasto mercato ancora tutto da esplorare e potenziare dove fare confluire con successo tutto il ricercato made in sicily. Eppure, le associazioni hanno compiuto un notevole sforzo aggiornando il loro modo di lavorare e di confrontarsi con le tematiche nuove e vecchie di un settore, quello dell’emigrazione, che, complice la crisi e la cattiva politica, oggi è di nuovo in espansione. Ci sembra assurdo, che la Sicilia che fu pioniera nell’individuare il problema dotandosi della prima legge in materia di emigrazione, oggi sia l’unica regione d’Italia che abbia completamente abbandonato il settore. E non si può dire che ciò avviene a causa della crisi economica che impone risparmi, perché di sprechi ancora alla regione ce n’è in abbondanza e la crisi non si risolve solo tagliando fuori i siciliani all’estero e le loro associazioni regionali. Non solo non crediamo che qualche centinaio di migliaia di euro possano compromettere la già compromessa economia dell’Isola, ma siamo convinti che le associazioni abbiano a maggio ragione oggi ancora un importante ruolo a cui assolvere e che la Sicilia abbia necessità di tenere presente i propri emigrati ripristinando e migliorando una politica dell’emigrazione degna di tale nome. Noi le associazioni regionale storiche dell’emigrazione, siamo qui ed offriamo la nostra esperienza e la nostra professionalità, mettendo a disposizione la rete di comunicazione costruita all’estero con la quale vogliamo intrecciare sempre più una proficua collaborazione, per riportare la Sicilia all’avanguardia in un settore ancora tutto da esplorare. Salvatore Augello